M87, il buco nero che riaccende l’entusiasmo per la ricerca scientifica

Non è rimasto molto da dire su M87, il buco nero lontano più di 50 milioni di anni luce, “fotografato” dall’Event Horizon Telescope Consortium (EHTC), il gruppo di telescopi che ha perseguito e raggiunto lo scopo di osservarne uno da vicino.

I dati raccolti (un’infinità!) in un anno mezzo dagli 8 telescopi che partecipano al progetto sono talmente innovativi che hanno richiesto nuovi software che li potessero analizzare e convertire in immagini radio.

In realtà, l’immagine che hanno prodotto non è propriamente la foto del buco nero, ma della sua “ombra”: i buchi neri sono talmente “neri” che la luce non riesce a sfuggire da essi e non sono quindi in grado di riflettere un’immagine.

Dai dati emerge, tra l’altro, che M87 è un buco nero “supermassiccio”, ovvero relativamente piccolo. Il suo confine, ovvero la zona in cui la materia e l’energia non possono più sfuggire alla sua attrazione (il cosiddetto orizzonte degli eventi) ha un diametro di circa 40 miliardi di km. Tuttavia, nella vastità dell’Universo, M87 è relativamente vicino alla Terra e ciò ne ha reso possibile l’osservazione.

Di questo evento così formidabile si è dunque parlato molto, e in tanti termini: “liberistico”, perché il risultato è frutto di una collaborazione internazionale tra università e istituzioni scientifiche di tutto il mondo; “femminista”, perché l’algoritmo che ha permesso la trasformazione dei dati raccolti dai telescopi è stato scritto da una donna; “storico”, perché l’immagine conferma la teoria di Albert Einstein e dà ragione all’ostinata perseveranza dei sostenitori della Teoria della Relatività Generale.

Buchi neri, comunicazione energia
Biografia di Bekenstein

L’avventura della ricerca sui buchi neri è infatti iniziata proprio con questa celebre teoria, che li definisce intrinsecamente invisibili a causa della loro estrema densità e del campo gravitazionale che li genera. Un’avventura durata un secolo, una delle più importanti della storia della fisica: chi vuole saperne di più deve assolutamente leggere l’autobiografia di Jacob D. Bekenstein (Buchi neri, comunicazione, energia), che di quest’avventura è stato protagonista accanto al gruppo di John Wheeler, il fisico statunitense che ne coniò il celebre nome.

Prima ancora che i buchi neri diventassero vere e proprie celebrità dell’astrofisica, Bekenstein ha accettato la sfida di mettere in dubbio “verità” scientifiche comprovate alla ricerca di nuove alternative. Con i suoi studi ha dato “realtà” a corpi sino ad allora solo teorizzati, spesso considerati più delle convenienti soluzioni a particolari equazioni matematiche gravitazionali che oggetti astronomici reali. Partendo dalle ipotesi di Wheeler, Bekenstein ha contribuito a dimostrare che un buco nero in equilibrio è descritto da massa, carica elettrica e momento angolare. Informazioni ormai acquisite ma per nulla scontate negli anni ’70, quando Bekenstein è attivo.

Ma al di là dei dati, delle ricerche e delle formule, Bekenstein ci racconta qualcosa di ben più importante, che accomuna la ricerca di quegli anni a quella che ha portato alla foto di M87: “l’audacia intellettuale e la piena consapevolezza che i risultati avrebbero modificato radicalmente il nostro modo di leggere la teoria”, come ha ben scritto Ignazio Licata.

L’entusiasmo che ha accolto la scoperta di M87, in effetti, non è dovuto solo al fascino misterioso di questi oggetti lontani e sinora imperscrutabili. Il cerchio di luce che definisce M87 ha riacceso l’entusiasmo e la fiducia nella ricerca scientifica, e nella conoscenza in generale, in un momento molto particolare in cui molti vorrebbero tornare indietro a teorie che in tempi bui avevano portato a scomuniche e abiure.