A che serve l’h? L’eterna diatriba dei nemici dell’ortografia

Non ci sono dubbi: dopo i verbi irregolari e le forme del congiuntivo, l’ortografia resta il nemico numero uno degli studenti, italiani e non. Tutti, almeno una volta nella vita – senz’altro alle scuole elementari – abbiamo scritto “quadro” con la c o “hanno” senza l’h.

Da bambini ci insegnano canzoncine e filastrocche per aiutare la memorizzazione: “ca, cu, co: H no; che, chi: H sì” era una delle mie preferite. Come anche la storiella della m che soccorre una b ubriaca perché la n, che ha solo due gambe, non ce la fa ad accompagnarla a casa.

In effetti, almeno nella lingua italiana, ci sono un sacco di casi in cui il suono è – o ci sembra – lo stesso: e invece le crudeli regole dell’ortografia ci richiedono lo sforzo, apparentemente inutile, di ricordare e riprodurre la corretta grafia.

È vero, “anno” e “hanno” suonano proprio uguali, così come anche la sillaba iniziale di “cuore” e “quadro”. Perché allora prendersi la briga di usare lettere diverse? Non si tratta certo di una questione di significato, poiché in tal caso ci viene in aiuto il contesto. Se leggiamo che “Paolo ha mangiato una pesca” non pensiamo di certo che se ne stia su un molo con una canna in mano.

Perché allora? Beh, è una questione storica: l’h e la q sono un retaggio del latino, sopravvissute fino a noi attraverso le molte trasformazioni della lingua italiana.

Tutto qui, direte voi? Ci tocca imparare a scrivere mostruosità come “soqquadro” solo per amore del passato? Dobbiamo tenerci una lettera “muta” solo perché piaceva tanto a Dante e ad Ariosto? Sembrerebbero tutte osservazioni sensate, se non fossero così evidentemente dettate dalla pigrizia che notoriamente caratterizza qualsiasi somaro.

Girare la frittata non è difficile: ma quale sforzo può costare ricordarsi di mettere l’h in tre forme verbali e distinguere la grafia di poche specifiche parole? Memorizziamo senza problemi intere squadre di calcio, impronunciabili nomi di divi, farraginose istruzioni di videogames, e ci fa fatica ricordarci di scrivere “quadro” con la q?

Io personalmente sono molto affezionata ai miei errori ortografici: ho spesso scritto “un” con l’apostrofo fino all’università e la scoperta di una regola che avevo dimenticato – o che non avevo mai saputo – è stata quasi un’epifania.

Quando ci viene voglia di aderire a futili campagne diffamatorie verso certe lettere dell’alfabeto, accusate di essere inutili, dobbiamo però ricordarci che alla pigrizia non c’è mai fine. Oggi c’è il “cuadro” ma domani potrebbe esserci il “kuore”… anzi già c’è, negli SMS e nei vari social. Perché abbiamo tutti qualcosa da scrivere ma poca voglia di scriverla in maniera corretta.

E poi noi non siamo fatti per le riforme a tavolino, di certo non come i tedeschi, che nel 1996 hanno riformato l’ortografia di Goethe, risolvendo alcune questioni “spinose”, tra cui anche la corrispondenza tra suoni e lettere. Hanno persino previsto un “periodo di transizione”, proprio come la Brexit.

Consoliamoci proprio con gli inglesi, la cui storia linguistica ha prodotto abissi incolmabili tra la forma scritta e quella parlata, con sillabe che possono arrivare ad avere fino a sei suoni differenti. Non a caso le gare di spelling sono una specialità tutta anglosassone.

Proprio in Inghilterra è nato il movimento che ci ha ispirato queste riflessioni, l’“Apostrophe Protection Society”, creata nel 2001 dal giornalista John Richards per combattere gli errori nell’uso dell’apostrofo in inglese, uno degli errori più comuni – ahimè! in tutte le fasce sociali e culturali. Io lo correggevo a un mio amico inglese laureato ad Oxford… una vera bestia nera.

Beh, vent’anni dopo il poveretto si è arreso: “Abbiamo fatto del nostro meglio,” ha dichiarato alla BBC l’ultranovantenne, “ma l’ignoranza e la pigrizia dei tempi moderni hanno vinto.