Dimmi da dove vieni e ti dirò che figlio vuoi

La mano di un genitore

Le aspettative dei genitori sulla personalità e il carattere dei propri figli cambia a seconda della cultura e della provenienza geografica, non solo per via di religioni o tradizioni. Anche nel nostro mondo “occidentale”, il figlio ideale è molto diverso da paese a paese.

Per un genitore italiano, ad esempio, l’importante è che il bambino abbia un carattere simpatico ed equilibrato, mentre per gli olandesi basta attenersi a tre semplici regole (riposo, pulizia e regolarità) per avere il bambino perfetto. Per gli americani conta solo l’intelligenza e la precocità cognitiva, mentre per i tedeschi la parola d’ordine è “libertà”.

Negli ultimi anni, però, si è cominciato ad osservare una certa tendenza all’uniformità, e i genitori europei, un tempo più rilassati, sembrano avere in parte assorbito il modello di educazione “made in U.S.A.” che prevede l’impegno, da parte del bambino, in molteplici attività che dovrebbero contribuire allo sviluppo della sua personalità.

Nuoto, equitazione, pianoforte, inglese, danza, scout… i nostri figli sembrano non averne mai abbastanza. Una volta, per vedere il figlio di alcuni amici ho dovuto prendere un “appuntamento”: era “libero” solo il martedì.

 

I pedagoghi lo chiamano “intensive parenting”, un’allocuzione che già da sola è evocativa di stress, sia per il genitore che per il bambino. Si tratta di un modello educativo che richiede non solo un’enorme disponibilità di tempo e di soldi, ma anche pazienza e costanza: i genitori devono infatti programmare molteplici attività extrascolastiche, soddisfare le esigenze dei figli coltivandone al tempo stesso i talenti e le passioni e restando in continuo contatto con la scuola e le altre istituzioni coinvolte.

La questione ha i suoi pro e contro. Da un lato, questo modello educativo comporta una maggiore presenza dei genitori nella vita dei figli; sta alle loro capacità fare in modo che sia un “tempo di qualità”, come lo definisce lo psichiatra statunitense Melvin Goldzband. Le indagini statistiche, però, sottolineano che i bambini sentono molto la pressione, scolastica e non, anche quando sono comunque felici.

Secondo alcuni ricercatori, l’esigenza di veicolare in maniera così stringente l’educazione dei figli è il frutto di una sempre maggiore diseguaglianza sociale ed economica che spinge i genitori a fare di tutto affinché non restino indietro.

Alcuni studi puntano però il dito contro i troppi esperti che spopolano in TV, nella rete e nei social media. Senza tornare troppo indietro, al modello educativo in cui i genitori si occupavano solo della salute fisica e mentale del bambino, demandando alla scuola tutto il resto, basterebbe ricordare che “tutto quello che si fa con il bambino è educazione”. Ciò vale in particolare per il bambino dai 0 a 3 anni, come ci ricorda Silvana Quattrocchi Montanaro, ma vale in generale per tutta l’infanzia dei nostri figli.

Meno stress, dunque, ma soprattutto meno protagonismi. Ormai si parla più di “ruolo genitoriale” che di “educazione dei figli”: un cambiamento che ci deve far riflettere.