Come superare la morte di una persona cara

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Come elaborare un lutto

Noi tutti, o quasi, abbiamo lutti irrisolti che si sono accumulati nel corso del tempo; riguardano sia la morte di una persona cara sia la rottura di un amore, la perdita di un amico, della propria patria, della propria casa, di un impiego o di un’impresa, un pensionamento o il fallimento di un ideale professionale (per esempio, divenire pittore o medico), oppure la perdita di una parte del proprio corpo a seguito di una malattia o in conseguenza di un incidente, o ancora la scomparsa di un animale da compagnia.

In tutti questi casi, che costituiscono altrettanti traumi, perdiamo la nostra sicurezza di base e i nostri rapporti con il mondo cambiano e divengono fragili.

Queste perdite, il cui lutto non viene superato, le “ruminiamo”; c’impediscono di vivere. Orbene, quanto più si elabora questo vasto tema, tanto più agevolmente si riesce a uscire dal lutto. Senza questa elaborazione non smettiamo mai di considerare inaccettabile ciò che ci è accaduto. Pertanto è meglio affrontare, prima o poi, la propria tristezza e superare le perdite che non dimentichiamolo mai – sono inevitabili nella vita di ogni essere umano, o quei mutamenti a cui, volenti o nolenti, siamo obbligati ad adattarci. Farne una malattia, o anche peggio volerne morire, sarebbe un guaio.

Il primo funerale, cui noi due abbiamo assistito, fu per l’una, a diciassette anni, quello della sorellina tredicenne e per l’altra, a venticinque anni, quello del proprio secondogenito, un bimbo di sei mesi. Eravamo entrambe del tutto senza difesa, “impreparate” alla morte e al lutto, tanto più che la fine precoce di un bambino non è “nell’ordine delle cose”, bensì è “impensabile”, ingiusta, incomprensibile…

Oggi non faremmo più l’errore di non essere andate a cercare aiuto, di esserci lasciate distrarre “per il nostro bene”, di non aver detto a sufficienza “arrivederci”, “addio”, e d’aver continuato a “vivere”, se lo si può dire, con una sofferenza non espressa. Di fronte alla perdita di chi ci è caro, che si sia accompagnati o meno, il dolore e la sofferenza sono probabilmente uguali, ma se ne esce meglio se ci si fa aiutare.

Spesso ci sommerge un “oceano di lacrime”, che non bisogna trattenere, conservare in sé. Tuttavia, piangere in solitudine non impedisce la somatizzazione. Occorre effettuare tutta una elaborazione del lutto per svuotare la ferita e cominciare a cicatrizzarla.

È sentimento comune che non ci sono parole per esprimere la sofferenza della perdita e di quel malessere che persiste in noi. La società occidentale – riconosciamolo – non ci aiuta; ci chiede di mantenere un contegno nel lutto, di non piangere, di ritornare subito “come prima” e in forma. Nondimeno esistono parole per dirlo, ma bisogna che siano comprese e ascoltate e che le si possa pronunciare senza essere distratti, isolati o interrotti. Possiamo anche esprimerci senza parole mediante una presenza o un gesto affettuoso.

La nostra società, che non ha occhi che per la giovinezza, la bellezza, la fortuna, il successo, considera la malattia, la vecchiaia e la morte come tabù. Ci sembra importante, come dice Nadine Beauthéac:

“far evolvere le cose in questo settore così tabù, e far sì che ogni persona in lutto possa vivere la propria grande sofferenza e la propria lenta trasformazione personale diversamente che nella solitudine e nell’incomprensione”.

Ognuno deve sapere di che cosa è composta la propria sofferenza, comprendere che altri hanno vissuto quel che si sta vivendo, intendere meglio i meccanismi del lutto, capire che questo è durevole e fa soffrire terribilmente, che si può soffrire tutta una vita per una morte o per una perdita e che un tale vissuto rende fragile ogni cosa, ma può, in seguito, rafforzarci, una volta che il dolore sia elaborato.

Un tempo disponevamo di riti riparatori per la separazione e per il lutto: i genitori, gli amici, i vicini venivano a vegliare il morto e a dargli l’estremo saluto. C’erano vestiti neri, fiori e corone, le preghiere, gli addii, la sepoltura, una cerimonia; si faceva l’elogio del defunto. C’erano le visite, le lettere di condoglianze e di ringraziamento, la cessazione del lutto e la messa per la ricorrenza.

Vi erano altresì, subito dopo la cerimonia funebre, le cene conviviali, durante le quali ricominciava la vita sociale. Bere e mangiare insieme è un rito di solidarietà, quale ne sia l’occasione”, ricorda peraltro l’etnografo Arnold van Gennep: si parla dello scomparso, se ne rievocano i bei momenti trascorsi insieme.

Questa occasione di convivialità poteva consistere in un pasto familiare, in una semplice colazione a casa, in un ristorante o al bar nei pressi del cimitero. Era un momento importante, che ridava la carica, in modo da non tornare a casa soli e con tristi pensieri. La convivialità, il fatto di essere insieme, circondati da persone che ci amano, può alleviare la tensione dell’addio e procurare un certo conforto. Nell’insieme, questi riti, che sono presenti nelle società primitive e tradizionali, non vengono quasi più praticati ai giorni nostri.

Da molto tempo ci viene insegnato ad esercitare l’autocontrollo, la riservatezza, e a soffrire in silenzio e senza farne mostra. Ciò che si “riporta dentro” in tal modo “riesce fuori” – ahimé spesso – in forma psicosomatica. Turbe psichiche occasionate da fattori emotivi e affettivi, asma, eczema, ulcere, cistiti, infezioni genitali e intestinali, mononucleosi, mal di schiena, emicranie o malattie gravi come il cancro: a volte ci si ammala, e si muore persino di tristezza, per non averla potuta esprimere o per non aver appreso a vivere “senza”.

S’impara a vincere, ma non s’impara a perdere. Eppure, la vita è una successione di cambiamenti e perdite: secondo Kurt Lewin, tutto è in equilibrio quasi stazionario, dunque in equilibrio precario. La maggior parte degli uomini immagina nientemeno che tutto, assolutamente tutto, debba durare: la felicità, l’amore, la salute, la giovinezza, la bellezza…

Ma, l’equilibrio, la serenità, la salute, la vita di coppia, l’amicizia necessitano di cure e di frequenti rapporti: vanno riconquistati tutti i giorni. Analogamente la fede e il benessere interiore vanno rielaborati e ritrovati, ad esempio rimettendosi in forma.

“La nostra gloria più grande non è non cadere, ma saperci risollevare ogni volta che cadiamo,” diceva Confucio.

Uscire dal lutto, ritrovare una certa pace interiore, una serenità: questa è la ragion d’essere del presente libro che, prima di affrontare – come esempi a supporto – le diverse fasi del lutto, propone alcune tecniche che permettono di rigenerarsi di fronte alle principali forme di stress: la separazione, l’assenza, la perdita definitiva di chi si ama. Grazie a queste tecniche le si può meglio fronteggiare e imparare di nuovo a vivere, pur se in modo differente.

Dalla prefazione di Uscire dal lutto