Di scheletri negli armadi, come i defunti influenzano le nostre vite

L’atto di commemorazione dei morti ha assunto nel mondo forme diverse. C’è, naturalmente, la Giornata di Ognissanti per i cattolici, così come il Giorno dei Morti, e c’è in Messico la sua versione più colorata, “El dia de los Muertos” – inscritto addirittura nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco – che si distingue per il suo carattere festoso, nonché per la realizzazione di altari ​​dedicati, ricoperti di offerte, fiori e cibo. È anche l’occasione di una parata, vivace e gioiosa, durante la quale la maggior parte delle persone sono solite indossare maschere di teschio. La stessa festa di Halloween, presa in prestito dagli americani e legata al ritorno delle anime dei defunti, sembra essersi trasformata soprattutto in una celebrazione per golosi che giocano a spaventarsi. Ma perché?

Va detto che normalmente tendiamo a considerare con difficoltà la dimensione della morte, la cui idea e realtà siamo portati a nascondere, tacere e procrastinare il più a lungo possibile, reprimendo tutto ciò che giudichiamo tragico e funesto.

Eppure i defunti hanno spesso un’enorme influenza sulla vita delle persone. Se ammettiamo di essere semplici anelli in una catena di generazioni, ci ritroveremo ad assistere al perpetrarsi transgenerazionale dell’eredità familiare e spesso – senza neanche poter scegliere – ad essere vittime di eventi e traumi già vissuti dai nostri antenati. È il campo della cosiddetta psicogenealogia, concettualizzato dalla psicologa francese Anne Ancelin Schützenberger, secondo la quale ogni famiglia ha il suo “scheletro nell’armadio”, che sia una morte o un trauma inevitabile, passato in silenzio.

Dalla ricostruzione dei loro “genosociogrammi”, è risultato che i pazienti, vittime di una sindrome degli antenati, abbiano acquisito paure all’apparenza irrazionali, difficoltà psicologiche o persino fisiche, e che siano, involontariamente prigionieri di un dolore irrisolto, tenuto segreto eppure espresso nel malessere, attraverso malattie o schemi ripetitivi della vita, depressioni, difficoltà ricorrenti nelle relazioni (perfino il trauma è radicato nel DNA e diventa ereditabile).

Esempi, più o meno seri, abbondano: una donna di 43 anni che cerca disperatamente di avere una figlia, dopo aver avuto tre figli, si rende conto che indossa inconsapevolmente, la tristezza di sua nonna, che aveva perso la sua piccola di 14 mesi. Dopo un percorso psicoterapeutico e simbolico, è stata in grado di restituire alla nonna questa ferita, mettendo fine a un lutto che non era il suo.

Si tratta di eventi particolarmente crudeli, quali incidenti, aborti spontanei, bambini scomparsi in tenera età, che tendiamo a rifiutare, a voler dimenticare ancora più velocemente. Tuttavia, ciascuna di queste anime dovrebbe essere oggetto di un vero rituale di lutto, per dare ai parenti la possibilità di collegare chiaramente gli eventi e di placare quell’insopprimibile e confuso senso di colpa.

Talvolta, e paradossalmente, il morto continua ad avere un’influenza (troppo) forte sul tempo del vivo; mentre i vivi, d’altra parte, ristagnano in un limbo e vi restano bloccati, esistendo solo a metà. Ed è per evitare tutto questo, che si reputa importante onorare i defunti, mantenendo con loro un legame chiaro e forte. Non dimentichiamoci che, al di là dell’aspetto terapeutico, la realizzazione del sé passa anche attraverso una necessaria pacificazione con il proprio passato, oltreché per un’elaborazione completa dei lutti e dei traumi, soprattutto di quelli che non ci appartengono direttamente.