Che cos’è la bellezza?

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La bellezza secondo voi

È qualcosa di oggettivo – esistono cioè elementi concreti che fanno sì che una cosa sia bella – o, come si dice spesso, “la bellezza è negli occhi di chi guarda”?

Filosofi, artisti ma anche scienziati non sono mai riusciti a darsi una risposta conclusiva. Persino Darwin si è chiesto, ma senza trovarne prova conclusiva, se esistessero “parametri” di bellezza propri di ogni specie.

Soltanto negli anni più recenti delle neuroimmagini (PET, risonanza etc.) è stato possibile identificare quali siano le aree del cervello che “reagiscono” alla bellezza e come reagiscano.

La rivista Australasian Science, nel suo numero estivo, ha chiesto al decano della neuroestetica, il prof. Semir Zeki (docente di Neuroestetica presso il Dipartimento di Biologia cellulare e dello sviluppo della University College di Londra), quale sia il funzionamento dei neuroni che sottendono alla percezione della “bellezza”.

Ecco un estratto della sua intervista.

Partiamo dalla bellezza umana. Quando parliamo di quanto sia bella una persona, i biologi dello sviluppo tendono a evidenziare quei tratti che rendono le persone più o meno attraenti. Tratti che indicano, per esempio, se e quanto i bambini assomiglino al padre o alla madre. Questo significa che esistono parametri universali di bellezza all’interno della specie umana?

Io credo che esistano parametri universali della bellezza e il modo più facile per definirli è al negativo. In altre parole, credo che chiunque avesse gli occhi in posizione diversa, rispetto a dove solitamente sono collocati gli occhi, non potrebbe essere definito bello, qualunque sia la sua nazione o razza di appartenenza.

Ci sono persone, come Francis Bacon per esempio, che hanno sfruttato questo elemento proprio per creare uno shock visivo: Bacon sfigurava i volti e i corpi con l’intento assicurato di produrre uno shock visivo che nessuno potesse definire bello. Se esista invece uno standard di bellezza comune a tutte le razze, identico per tutti, è invece una domanda più difficile a cui rispondere.

Non c’è dubbio che una persona proveniente dalla Gran Bretagna possa ritenerne bella un’altra proveniente dall’Africa, dalla terra degli eschimesi o dalla Cina. Ma esistono poi sottili differenze che fanno sì che una persona preferisca i parametri estetici della propria razza? Credo, molto semplicemente, che ci siano dei minimi termini che devono essere soddisfatti, perché un volto sia considerato bello. E lo stesso vale per il corpo: non si può considerare bello un corpo in cui un braccio sia lungo la metà dell’altro.

Quindi la simmetria è un elemento importante?

Sì, ma non in termini generali, perché la simmetria è importante nel caso di un corpo, mentre non lo è necessariamente in ambito architettonico. I giapponesi non amano la simmetria, preferiscono l’asimmetria, così come i cinesi.

Se ci allontaniamo dal corpo umano, entriamo nell’ambito in cui la bellezza diventa fenomeno soggettivo?

È quello che accade allontanandoci dai tratti diciamo biologici (volti, corpi, ma anche paesaggi). Passiamo dalle cose che ci piacciono, ma di cui non sappiamo dire il perché, alle cose che pensiamo essere belle e delle quali possiamo enumerare i perché.

Ciò significa che in realtà non possiamo definire la bellezza?

Nessuno può dare una definizione di bellezza che sia valida anche per la percezione altrui del bello. Ma ritengo che si possa dare una definizione di bellezza in termini soggettivi. Puoi dire: questo è bello, significando con ciò che è bello per te; che non significa necessariamente che debba esserlo per tutti gli altri. La bellezza è un’esperienza soggettiva, ma non è l’unica tra le esperienze percettive ad esserlo.

Lei si interessa di neurobiologia della percezione della bellezza. Quali tecniche usa per studiarla e come si pone rispetto al modo in cui gli scienziati studiavano la bellezza 50 anni fa?

In certi aspetti non c’è differenza e in certi altri ce n’è molta. L’approccio non è significativamente differente. Giusto per dare un esempio: io disegno 10 linee di diversa lunghezza e le chiedo come le classificherebbe in una scala da uno a dieci? Le sembrano belle o no? Si tratta di un approccio psicologico.

Possiamo fare così, ma possiamo anche farlo mettendo le persone in uno scanner. Oppure possiamo dare ad alcuni soggetti 300 immagini, appartenenti a differenti categorie (volti, ritratti, panorami, disegni astratti, nature morte), e chiedergli di classificarle da uno a dieci secondo quanto le trovano belle. E poi possiamo rifarlo, mettendo gli stessi soggetti in uno scanner. Quindi osserviamo l’attività del loro cervello mentre guardano le immagini che avevano classificato.

Questa attività, che viene visualizzata tramite scanner (una risonanza magnetica o scansione FMRI), cosa rileva esattamente?

In termini molto generali, quando le cellule si attivano, c’è un maggiore afflusso di sangue e noi catturiamo questo cambiamento di flusso. È una misura indiretta di attività e funziona piuttosto bene.

Quando una persona vede un bel volto, quale risposta neuronale si vede dal suo cervello?

Si nota un aumento di attività nelle aree visive, nelle aree deputate alla percezione dei volti e in una parte del cervello emozionale, nota come corteccia mediale orbitofrontale. L’attività di questa parte di corteccia è direttamente correlata alla bellezza, quindi quanto più forte è l’esperienza estetica della bellezza, tanto più si attiverà quest’area. In questo modo la bellezza è quantificabile.

Questo ci offre una definizione di cosa sia la bellezza? Se quest’area si “accende”, allora siamo in presenza della bellezza?

Questo esperimento da solo non ce lo dice, ma se lo combiniamo con altri esperimenti – come ad esempio guardare bei volti, bei paesaggi, belle nature morte, ascoltare bella musica, leggere belle equazioni matematiche etc. – possiamo determinare che in ognuna di queste situazioni c’è un’attivazione della corteccia mediale orbitofrontale.

Questo ci dice due cose: la prima, che la bellezza è qualcosa di astratto (come già i filosofi ci avevano detto); la seconda, che la bellezza è quantificabile. C’è sempre stato dibattito, in ambito filosofico, in merito al fatto se i gusti o i giudizi fossero quantificabili; ebbene, lo sono. E aggiungerei, come terza cosa, che abbiamo adesso una definizione di bellezza, non tout court, ma che ci dice quando stiamo sperimentando la sensazione di bellezza, perché si attiva la corteccia mediale orbitofrontale.

Quest’area del cervello non serve a nient’altro?

Si attiva quando le persone hanno un’esperienza gratificante o piacevole, ma sappiamo che è impossibile separare la bellezza dal suo piacere o gratificazione. Qualcosa di bello non può essere spiacevole e, di solito, è gratificante, in un modo o in un altro.

Quindi è difficile separare questo aspetto dalla gratificazione che possiamo ottenere tramite l’alcool, se siamo alcoolisti, o il cibo?

La corteccia mediale orbitofrontale è un’area piuttosto ampia e possiamo separarne le zone deputate alle due diverse situazioni, perché ci sono cellule differenti che si attivano. Quello che bisogna fare è prendere lo stesso soggetto, fargli vedere qualcosa di bello e poi sottoporlo a un gioco d’azzardo con ricompensa, o qualcosa di simile. A quel punto si va a vedere se si sono attivate le stesse regioni.

Torniamo brevemente alla biologia dello sviluppo: quest’attività cerebrale è correlata all’identificazione di quegli attributi che lei definiva come desiderabili in un uomo, per esempio la simmetria? O l’attività neuronale è causata da qualcos’altro, come il puro piacere di vedere o ascoltare qualcosa di bello?

Darwin diceva che l’attrazione sessuale è alla base della bellezza ed io sono convito che sia una parte importante. Se poi ciò sia ristretto all’attrazione sessuale è un’altra questione, ma io ne dubito. Ci sono alcuni piumaggi la cui unica funzione è il camuffamento, ma sono ugualmente percepiti come belli sia da noi, sia – sospetto – da altri animali.

Dubito che ciò dipenda unicamente dalla selezione sessuale, credo invece che abbia altre funzioni. Ma lasciatemi dire che i neurobiologi, diversamente da quanto molti credono, non cercano di definire la bellezza. La neurobiologia ha molto più a che fare con quali sono i meccanismi della mente che ci portano a sperimentare la bellezza.

È una questione totalmente differente. Ci sono alcune aree, che sono state studiate, che sollevano la domanda su quale sia la funzione della bellezza. Per esempio, l’esperienza della bellezza matematica: anche questa è correlata alla corteccia mediale orbitofrontale.

I matematici apprezzano la bellezza delle formule; io invece no, ma io non sono un matematico. Loro direbbero che rappresentano indici, verità sulla struttura dell’universo.

Platone considerava la bellezza matematica la più alta forma di bellezza; credo che persone come Paul Dirac direbbero che delle formule matematiche ciò che si apprezza maggiormente non è la semplicità, ma la bellezza. Cosa ci dice di utile tutto questo? Due cose. Una sulla struttura dell’universo che è presente nelle nostre menti; l’altra sulla natura logica delle operazioni mentali. Tutto quello che è bello lo è perché soddisfacente, ed è soddisfacente perché soddisfa la mente. Ci rivela dunque qualcosa di noi e dell’universo, che pone lo studio della bellezza su un piano più elevato.

Ma la bellezza matematica non è accessibile a tutti…

Il che la rende molto interessante, perché anche la bellezza della musica o della pittura, di cui abbiamo parlato prima, vengono studiate in soggetti che non sono musicisti o artisti. Quindi, anche le persone comuni le sperimentano come belle, e persone diverse trovano belli quadri diversi.

Non tutti sono d’accordo su cosa sia bello, ma tutti quando sperimentano la bellezza attivano la corteccia mediale orbitofrontale. Questo invece non accade con la matematica: in questo caso, necessitiamo di persone molto colte, educate a una cultura matematica, la cui emozione è molto più forte, quando si trovano al cospetto di una formula bella.

Le aree che si attivano sono le stesse della musica e della pittura. Il che ci porta a chiederci: cosa possono dirci esperienze di bellezza così specialistiche? Facciamo un esempio in ambito matematico: la teoria delle stringhe – così come l’ho capita io, che ripeto non sono un matematico – è una teoria per la quale non esiste alcuna evidenza sperimentale. La domanda che potremmo porci, o che i matematici dovrebbero porsi, è se sarebbe mai esistita una teoria delle stringhe, se non avessimo avuto la struttura logica mentale che abbiamo. Credo sia una bella domanda.

La questione della matematica ci fa capire che ci sono una serie di processi a monte. Lo stesso vale quando vediamo un’immagine. Ci sono processi visivi che “accadono” nella corteccia visiva e processi sonori che “accadono” nella corteccia uditiva se ascoltiamo la musica. Quindi, la corteccia mediale orbitofrontale compie il suo processo di giudizio in merito a ciò che è bello, o è soltanto il punto di arrivo di un processo che si basa su altri processi? Si attiva perché una cosa è bella o perché altre parti del cervello hanno determinato che è tale?

È una domanda molto interessante, da un punto di vista neurobiologico. Prima di tutto affrontiamo la questione del giudizio, che è un argomento molto importante, nato dalla filosofia dell’estetica di Immanuel Kant e altri filosofi. Il punto è: quando sperimenti la bellezza, ciò implica un giudizio su quel che sperimenti? Ancora adesso la questione se il giudizio anticipi o segua l’esperienza, o le sia contemporaneo, è aperta.

Sia con gli stimoli visivi, che con quelli uditivi o matematici, ci sono molti processi. C’è forse qualche tipo di filtro nelle aree visive, uditive o matematiche che dice “sì questo è buono per me” e invia un segnale alla corteccia mediale orbitofrontale? Ma quest’area della corteccia non è collegata con i centri visivi, quindi la domanda è: quale tipo di condizioni deve soddisfare, in termini neurali, uno stimolo visivo o sonoro per essere considerato bello?

Giusto! E cosa mi dice della bruttezza? Tornando ai quadri di Francis Bacon, ci sono regioni del nostro cervello deputate a rispondere a questi quadri?

Certamente il brutto è collegato ad altre parti del cervello, ma non so se queste siano direttamente correlate ai dipinti di Bacon. Ma lui voleva, e diceva di volere, creare uno shock visivo. Sostanzialmente lui ha disturbato – ma disturbato non è la parola giusta, ha sovvertito – la normale rappresentazione della faccia e del corpo.

Non potendo più considerare la faccia bella, puoi sempre considerare quel quadro come un pezzo di abilità e maestria. Ma la faccia e il corpo non sono più belli. Io non conosco molte persone, inclusi critici d’arte, che ritengano i quadri di Francis Bacon belli. Sono dipinti ben valutati, importanti, occupano una posizione di rilievo nella storia dell’arte, ma non credo che molte persone li definirebbero belli.

Ci sono cose che non percepiamo immediatamente nella loro bellezza, ma che diventano tali col tempo, come cose che perdono la loro bellezza dopo un po’. Per esempio, tendiamo ad apprezzare la musica jazz dopo averla ascoltata a lungo. È possibile addestrare la mente a vedere una cosa come bella?

Senza dubbio è possibile farlo. Ci siamo sempre chiesti: qual è l’importanza di cultura e apprendimento? Sono molto importanti e non si può presumere che chi ama la musica occidentale, ami anche quella cinese o viceversa. Come diceva il critico d’arte Clive Bell, deve esserci uno scheletro da lasciarsi alle spalle una volta appresi tutti questi dettagli.

L’ultima persona ad apprezzare un capolavoro è lo storico dell’arte, perché lo conosce troppo bene. Secondo Bell, bisognerebbe andare a vedere cosa piace ai selvaggi. Quindi, qual è lo scheletro che resta indietro una volta che hai messo insieme tutti i dettagli, gli insegnamenti derivanti dalla cultura e dall’educazione? C’è qualcosa che rimane fuori? Per questo è molto interessante confrontarsi con le strutture visive di base alle quali obbediamo per sperimentare qualcosa di bello.[…]

Una regola che credo possa essere applicata a tutto ciò che si sperimenta come bello è l’amore. Come influenza, l’amore, la nostra percezione della bellezza?

Non so come ciò possa declinarsi in termini neurobiologici, ma non c’è dubbio che ciascuno trovi bella la persona che ama. È risaputo che il volto delle persone che troviamo attraenti attiva la corteccia mediale orbitofrontale.[…]

Le aree che si attivano quando vediamo la persona che amiamo sono le stesse che si attivano se vediamo una cosa bella?

Se pensi che ci sia qualcosa di bello nella persona che ami, sì. Se il suo volto è bello, sì. Ma l’attività generale del cervello quando guardi la faccia di colei che ami è differente dall’attività cerebrale di quando guardi un quadro che trovi bello. Permettetemi di spiegarmi meglio, perché credo che ci sia grande confusione sull’argomento.

Quando diciamo che c’è attività nel cervello, guardando una cosa bella, quando diciamo che l’attività è in queste aree, non stiamo dicendo che c’è un punto per la bellezza nel cervello, né che c’è un punto per l’amore. […]

Queste sono aree che sono “particolarmente” attive. La visione dei colori è un buon esempio: c’è un’area del cervello (V4) che è particolarmente attiva quando guardiamo i colori. Se quest’area viene danneggiata, non riusciremo più a distinguere i colori. Non sono stati fatti studi così accurati sull’amore o la bellezza, ma c’è sicuramente un insieme di aree nel cervello che si attivano quando vediamo il volto della persona amata.

E questo indipendentemente dalle preferenze di genere, anche nel caso di relazioni omosessuali, fin quando siamo innamorati di quella persona, tali aree si attivano. […] Ma, lo ripetiamo, ciò non definisce l’amore e non rappresenta il “punto” dell’amore nel cervello.

Un altro modo di guardare cosa fa il cervello è osservare cosa fanno i neurotrasmettitori, i messaggeri chimici. Ci sono studi in merito al funzionamento dei neurotrasmettitori quando guardiamo una cosa bella?

Non specificatamente. Ma ce ne sono molti sull’amore. I neurotrasmettitori come la dopamina e l’ossitocina sono coinvolti nell’amore, ma sono anche legati chimicamente ad altri neurotrasmettitori. Quindi non è chiaro come agiscano individualmente.

Facciamo un esempio: la serotonina è legata con l’ossitocina e la dopamina; nelle persone innamorate, la serotonina scende ai livelli dell’ossessione compulsiva, mentre la dopamina sale. Solitamente pensiamo alla dopamina come a un’importante molecola vasopressoria, mentre è fortemente legata ad altre molecole.

Ci sono diversi tipi di recettori per la dopamina e non è chiaro quale sia il loro ruolo. Prendiamo il caso delle arvicole (i comuni topi campagnoli), tanto per fare un esempio distante dall’umano e parlarne spassionatamente. Ecco cosa hanno scoperto Larry Young e Tom Insel negli Stati Uniti: i topi di montagna sono poligami, quelli di prateria sono estremamente monogami.

Se un topo di prateria ne incontra un altro, insieme formano una coppia molto unita; persino se separati per lungo tempo, rimangono una coppia. I topi di montagna no, loro sono molto promiscui. Ma se prendiamo un topo di prateria e gli somministriamo un antagonista dell’ossitocina, anche lui diventa promiscuo. Questo dunque è un aspetto importante del comportamento, che nella società umana si chiama adulterio, che è regolato – anche se non unicamente – e influenzato dai livelli di ossitocina e dai recettori per l’ossitocina. Si possono fare progressi a partire da questo e possono esserci importanti implicazioni.

Ma bisogna essere chiari nel merito. Alcune persone trovano oltraggioso, ridicolo, parlare in questo modo di attività che rientrano nella sfera morale, e parlarne in termini di singoli neurotrasmettitori. E certamente lo è, visto che nei fatti è lo squilibrio dei neurotrasmettitori che può influenzare il comportamento umano, non il singolo neurotrasmettitore.

Tornando alla bellezza e all’origine degli studi sulla bellezza, che rientrano in gran parte nell’ambito della filosofia: c’è qualcosa che i neurobiologi possono imparare dagli artisti e dai filosofi, in merito alla percezione della bellezza?

Oh sì. La neuroestetica è una disciplina molto giovane, si ispira largamente al precedente dibattito umanista e le suggestioni di artisti e musicisti sono alla base delle nostre domande. È importante capire però che le domande che si pone la neuroestetica sono molto diverse da quelle che si pongono gli storici dell’arte, i filosofi o gli studiosi di estetica; anche se molte delle domande dei neurobiologi e della neuroestetica si ispirano ai dibattiti delle materie umanistiche.

Ci sono importanti questioni che la gente sembra ignorare, e credo che ciò riguardi tanto gli umanisti quanto gli scienziati. Non è vero che esiste un modo scientifico di pensare che è diverso da quello degli umanisti. Il processo del pensiero – induttivo, deduttivo e analogico – è lo stesso. È solo che la scienza richiede molte più prove […].

E adesso che abbiamo scoperto che la corteccia mediale orbitofrontale si attiva, qual è il passo successivo?

Beh ci sono ancora molte cose da capire. Prima di tutto, la corteccia mediale orbitofrontale è divisa in molte parti. Secondariamente, quali sono le proprietà di uno stimolo che attiva quest’area? Questo ci porta ad altre domande che ci siamo fatti prima: c’è quella che io chiamo una configurazione significativa dello stimolo che attiva le aree uditive o visive in un modo particolare?

Solo quando queste aree vengono attivate in tale modo particolare, abbiamo attività nella corteccia mediale orbitofrontale? Qual è la relazione tra i trasmettitori dell’area orbitofrontale e tra questi e gli altri trasmettitori? È abbastanza interessante notare come molte delle cose che consideriamo belle e toccanti siano anche dolorose. Voglio dire che nessuno definirebbe la Pietà di Michelangelo una scultura gioiosa; non lo è, anzi è conturbante, ma bella.

Nessuno penserebbe alla Sonata per pianoforte no. 29 di Beethoven come a una musica gioiosa, ma è ugualmente bella. Quindi ci sono ancora molte domande a cui rispondere. Ma vorrei tornare a una delle domande dell’inizio di questa intervista: qual è l’importanza di apprendimento e cultura. È abbastanza importante capire come un pittore o un artista reagiscono al lavoro visivo, ma anche come cambia il modo di reagire nel corso del loro sviluppo. Prendiamo Cezanne: quante volte ha dipinto la montagna Sainte-Victorie? 110 volte.

Lui stesso disse di essere cambiato man mano che la dipingeva. Lo stesso vale per i musicisti. È vero che il nostro senso estetico si sviluppa con la competenza e la virtù? Ma qui entriamo in un altro mondo, che è quello della plasticità della mente: quanto è ospitale, o meno, la mente verso le nuove idee? Sono questioni di interesse generale per la neurobiologia, che possono essere adottate specificatamente dall’arte e dall’esperienza estetica.

Australasian Science Magazine, luglio/agosto 2016 – La mente dello spettatore: neuroscienze della bellezza – di Dyani Lewis

Per l’audio originale dell’intervista a Semir Zeki