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Vietato lamentarsi, il senso di colpa delle mamme ambivalenti

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Mentre nel nostro Paese si discutono i dati allarmanti del calo demografico e si pensano misure a livello governativo per incentivare le nascite, il ruolo della madre e tutte le difficoltà che esso comporta sono sempre più al centro dei dibattiti al femminile.

Lamentarsi delle conseguenze negative che essere madre può avere sulla sfera fisica, mentale ed emotiva di una donna, soprattutto in caso di più figli e di un’attività lavorativa concomitante, continua però a restare un tabù. E le donne stesse sono le prime a sentirsi in colpa quando cominciano a rimpiangere la loro scelta o a detestare alcuni aspetti di questo ruolo impegnativo.

Questo stato mentale, che la psicoterapeuta britannica Rozsika Parker ha definito “ambivalenza materna”, sembra anche molto difficile da descrivere e si muove pericolosamente in bilico sul confine tra amore e odio. Sarebbe un sentimento talmente complesso da essere scambiato per vera e propria insofferenza, se non addirittura avversione, nei confronti dei propri figli.

Un mestiere difficile

In realtà, le madri che si sentono affette da questa condizione si dicono quasi sempre disposte a qualsiasi cosa per i figli, proprio come ogni altra madre: anzi, le paure e le preoccupazioni per ciò che potrebbe accadere sembrano essere alla base delle difficoltà della vita quotidiana.

Tuttavia, le “madri ambivalenti” dichiarano anche di provare sentimenti molto negativi, quali rabbia, risentimento, apatia, noia, ansia, senso di colpa, dolore e persino odio. Tutti stati d’animo che, almeno nella nostra cultura, non sono associati alla maternità e certamente non all’idea di madre perfetta che ci viene continuamente propinata da più fronti.

Non è dunque una novità scoprire che si tratta di slanci che in realtà non sono affatto strani nel rapporto madre/figlio e che anzi queste sensazioni conflittuali accompagnano da sempre chi sceglie di diventare mamma. Si tratta di conseguenze ovvie e naturali di un “mestiere” fisicamente faticoso, emotivamente logorante, che occupa tutto il tempo di chi lo sceglie fino a divorarne l’identità stessa.

Perché, allora, ce ne sorprendiamo? Dobbiamo considerare che essere madre oggi significa confrontarsi con standard irrealistici che ci bombardano da ogni parte: con la pedagogia spicciola a portata di click e gli esempi falsati provenienti dei social media, molte mamme si sentono sempre meno all’altezza, sempre più inadeguate e incapaci di soddisfare i bisogni di figli che appaiono loro eccessivamente complessi e problematici.

Il paradosso di essere madri ambivalenti

Alle mamme di oggi, dunque, deve essere concesso non solo di dire senza remore che fare il genitore è difficile. Bisognerebbe anche superare una volta per tutte i tabù che circondano la maternità e permettere alle madri ambivalenti di ammettere di non amare questo ruolo.

Sono molte le donne – quelle in carriera ma che non possono comunque contare su risorse economiche tali da assicurare loro un supporto continuo – che hanno reso pubbliche le perplessità, a posteriori, sulla propria scelta di avere dei figli.

Perdita dell’identità, sacrifici economici, stanchezza cronica: a sentir loro fare i figli sembrerebbe proprio un pessimo investimento.

Sfortunatamente, per le mamme ambivalenti, le cose non sono così in bianco e nero. Sono donne che vogliono passare con i figli ogni minuto della propria vita ma che al tempo stesso non li sopportano; che ringraziano ogni giorno di avere un figlio ma che odiano la trasformazione che ha portato nella loro vita; che vogliono essere le madri migliori del mondo ma desiderano anche essere qualcosa di totalmente opposto.

Purtroppo si tratta di un fenomeno ancora troppo giovane, e spesso le madri ambivalenti vengono scambiate per donne con problemi più gravi, come la depressione post-partum, quando non vengono addirittura tacciate di essersi troppo abituate a vivere nella bambagia.

Per fortuna, la psicologia oggi ammette che questo senso di ambivalenza nei confronti dei figli è più che normale, è anzi sano. Sono i modelli idilliaci, quelli che identificano la maternità con uno stato di grazia per la donna, l’unico che possa davvero realizzarla, a essere invece davvero pericolosi: irrealistici, irraggiungibili e instillatori di un senso di colpa che non ha ragione di esistere.

Foto di Mohamed Hassan da Pixabay