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Il nemico comune, il facile collante dell’identità nazionale

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Non esiste collante più forte di un nemico comune per creare le basi dell’identità nazionale. Una minaccia proveniente da fuori è infatti il modo più rapido di suscitare il senso di appartenenza. Si tratta di un fattore riconosciuto dalla storia e testimoniato da numerosi eventi: è il sentimento provato dagli inglesi contro i tedeschi durante la prima e soprattutto la seconda guerra mondiale, dai russi nel corso dell’invasione napoleonica, da noi italiani nel Risorgimento.

L’identità nazionale è infatti un concetto molto importante ma spesso altrettanto astratto e strettamente correlato alla natura degli Stati stessi. Lo Stato, di per sé, è infatti un costrutto artificiale che funziona solo nella misura in cui il suo popolo vi si identifica.

Non sempre le porzioni di territorio unificate in uno Stato sono tenute insieme da premesse logiche. È vero certamente che vi è alla base un’eredità culturale, storica e geografica che ne costituisce la premessa, ma gli Stati sono spesso il frutto di un accordo tra popoli e della volontà della comunità internazionale. Se così non fosse, molte dispute sarebbero facilmente risolvibili o addirittura inesistenti.

Certamente questi fattori leganti non sono da sottovalutare: se una popolazione cambia idea sul suo essere uno Stato, se in qualche modo si estingue o si riduce a causa di guerre, carestie e immigrazioni, anche lo Stato sparisce.

“Una disgrazia del nostro tempo”

Perché serve un nemico comune per far nascere o tenere viva l’identità nazionale di un popolo? In una raccolta di saggi – intitolata per l’appunto La costruzione del nemicoUmberto Eco parla proprio dell’importanza dell’odio per costruire l’unità di una nazione: l’antisemitismo ne è un esempio lampante e a tutti noto.

Il problema è che per definire l’identità nazionale di un popolo serve coraggio, anzi di più, eroismo. E un’enorme consapevolezza intellettuale. Tutte virtù che non appartengono ai più. Per chi ne è privo, è assai più facile costruire un’identità collettiva falsa intorno a una bandiera. A ciascuno il suo nemico: basta mettere in campo motivazioni ideologiche, minacce economiche, differenze culturali e subito i popoli fanno schieramento contro il nuovo nemico comune.

Eco arriva a sostenere che la mancanza di un nemico vero e proprio è stata “una delle disgrazie del nostro paese”. Il nemico comune, infatti, non solo definisce la nostra identità ma rappresenta un ostacolo contro cui misurare il nostro sistema di valori.

Razzismo e nazionalismo

Quando il nemico non esiste, allora viene costruito. Il razzismo, i nazionalismi, le divisioni che oggi sembrano dividere il mondo più di ogni altra cosa sono proprio il frutto di questi meccanismi, che non sono cambiati nel tempo e che funzionano oggi come in passato. Greci e troiani, romani e cartaginesi, inglesi e francesi, cristiani ed ebrei, turchi e armeni, Tutsi e Hutu, la storia ha continuato a ripetersi.

Più forte è l’identità nazionale di un popolo, più lo Stato è destinato a durare, più potente sarà nella scacchiera politica mondiale. Ma se, in linea generale, la costruzione di un senso d’identità e di appartenenza a uno Stato è una cosa positiva, il ricorso a un nemico comune non è mai una buona idea.

Quando quel nemico non c’è più – quando crolla il muro di Berlino, quando Saddam Hussein viene sconfitto, quando muore Bin Laden – cosa tiene unito un popolo? E cosa succede se l’identità nazionale diventa nazionalismo? Si corre il rischio di non limitarsi a difendere il proprio territorio, la propria indipendenza, la propria identità ma di invadere e violare quella degli altri. Come sappiamo oggi più che mai.

Foto di Ohmydearlife da Pixabay