Federico Zeri e il tesoro nascosto

Federico Zeri

È di questi giorni la notizia che probabilmente andrà ai privati la villa e parte della collezione del critico d’arte Federico Zeri. L’università alla quale spettavano per testamento non le vuole più: troppo dispendioso prendersene cura.

Ecco un altro caso di oblio culturale: quella strana malattia dei tempi moderni che in nome di velocità e progresso distrugge quanto faticosamente già costruito in passato.

Eppure il cognome Zeri ha un grande passato. Sembra provenire dal Medio Oriente e in particolare dalla Siria, quasi certamente dalla città di Emesa (quella che oggi si chiama Homs), ormai completamente distrutta dalla guerra. L’istinto a peregrinare e l’oppressione dell’Islam hanno portato, nei secoli, il cognome Zeri fino in Cina, dove assunse una notevole importanza per il gran peso che ebbe nelle lotte con i manichei.

In Italia è presente già dal 1500: nel 1523 uno Zeri acquistò alcune epigrafi romane marmoree provenienti dalla collezione di Johann Göritz, uno dei committenti di Raffaello noto in Italia come Giano Coricio, lo stesso che fece lavorare Raffaello Sanzio nella Chiesa di Sant’Agostino.

Il cognome Zeri è quindi da sempre stato legato all’arte e alla cultura e il più noto della dinastia, legato a questo mondo, è stato sicuramente Federico Zeri, uno dei più grandi critici d’arte italiani.

Caro ProfessoreNel suo libro “Caro Professore”, Zeri racconta come il suo cognome abbia continuato ad avere contatti con l’Oriente, specialmente con Istanbul: un suo parente fu per molti anni il direttore dell’Ospedale italiano a Istanbul e medico segreto dell’ultimo sultano ottomano. Federico era lui stesso figlio di uno stimato medico. Su consiglio del padre iniziò a studiare botanica e chimica ma nel 1943 abbandonò gli studi, per dedicarsi completamente agli studi di storia dell’arte con il professor Pietro Toesca.

Non ha mai stretto legami con il mondo accademico, anzi se ne teneva a distanza e lo criticava. Autodidatta, veniva spesso snobbato dai personaggi del mondo accademico, che ripagava della stessa moneta:

“Questo settorialismo, questo snobismo che porta a valutare la persona per il titolo, anziché per le sue effettive conoscenze, ha finito con l’essere il carnefice della cultura italiana, in quanto sono molti quelli che scrivono, esponendo le insegne della propria Università, senza aver nulla di interessante da dire”.

L’interesse di Federico Zeri per l’arte e per il passato nasce precocemente, alle elementari, quando accompagnava la sua insegnante privata nelle visite ai musei: scopre così le Stanze di Raffaello, la Cappella Sistina, il Foro Romano, il Campidoglio. Per lui l’arte è da sempre più di un fatto artistico: è un fatto storico; l’interesse artistico è venuto dopo.

Frequentò poi il ginnasio presso i gesuiti e il liceo al Torquato Tasso. In quel periodo scoprì il “lato oscuro” della società italiana e – cosa che più lo colpì – la promulgazione delle leggi razziali. Non ebbe mai simpatia per il fascismo, ma affermò anche che il fascismo era l’unica risposta possibile negli anni ’20 per un Paese che aveva un reddito pari a quello dell’India attuale.

Nato come fenomeno di emergenza, dopo una guerra costata 600.000 morti in un Paese già estremamente povero, il fascismo si trasformò lentamente in partito unico, prima, in dittatura, poi, e infine in tirannia.

Negli anni del secondo conflitto mondiale, la sua famiglia rimase senza un centesimo e durante l’occupazione tedesca, il 22 febbraio 1944, il giovane Zeri fu arrestato e portato a San Vitale, alla Questura centrale, e gettato in un camerone affollato. Fu salvato da esecuzione certa grazie all’intervento di un misterioso personaggio, che avendolo riconosciuto lo nascose in una stanza appartata. L’uomo gli confidò che qualche anno prima suo padre lo aveva curato, salvandolo dalla morte, senza pretendere alcun compenso.

Appena finita la guerra, Federico Zeri iniziò a lavorare come guida turistica per gli alleati. Accompagnava gli ufficiali presso il Foro Romano, il Colosseo, le Catacombe, qualche volta anche i Musei Vaticani e altri luoghi d’interesse artistico a Roma.

Dal 1948 lavorò per l’Amministrazione delle Belle Arti, ma nel 1953 diede le dimissioni dopo un violento contrasto con la direzione. Si rese conto dell’inutilità di una burocrazia gigantesca, priva di passione e del substrato culturale necessario a sostenerla. Come scrive nel suo libro, “l’Amministrazione delle Belle Arti nacque su basi razionali, positivistiche, facendo acquisti oculati, catalogando, inventariando e creando un Bollettino d’arte di alto livello scientifico, per poi crollare nel periodo fascista”.

Federico Zeri fu un personaggio culturalmente capace di anticipare i tempi: fu il primo critico d’arte ad apparire sullo schermo televisivo nelle case degli italiani, vestito da arabo, con il bavaglino da neonato e la cuffietta. Aveva capito che in un paese come l’Italia si poteva apparire solamente in veste di cretino, per poi farsi portatore di un messaggio più importante.

Nelle pagine del suo libro si legge:

“L’unico mio difetto è di non saper rinunciare all’utopia di un sistema che funzioni in maniera più adeguata, garantendo una migliore espressione delle potenzialità delle nuove leve e delle nuove idee”.

Il sogno “utopico” di Federico Zeri era creare un progetto culturale diverso dalla semplice apertura delle porte dei musei: voleva offrire alla gente un modo per capire ciò che vi è esposto. Quindi ci deve essere qualcuno che spieghi, altrimenti non serve a nulla.

“Chiunque di noi, posto di fronte a un linguaggio sconosciuto, rimane perplesso e allora bisogna spiegare che cosa una data opera d’arte rappresenta, che cosa c’è dietro di essa, a quale periodo si riferisce. Occorre preparare un gruppo di persone che sappia fare questo lavoro, che conosca alla perfezione tutte le opere esposte nel museo e sappia inserire ciascuna opera nel giusto periodo storico, aiutando il visitatore a leggere, a osservare, a soffermarsi sui particolari salienti. Intanto bisogna vietare che frotte di scolaresche invadano i musei, avendo ormai constatato che alla maggior parte dei ragazzini poco o nulla interessa delle opere che sono costretti a guardare e poi a relazionare. Eviteremmo così anche i rischi che tali opere vengano sfregiate, come purtroppo spesso accade. Bisogna individuare, per questi ragazzi, modalità alternative perché si avvicinino all’arte, perché ne possano fruire (una parola attualmente abusata) in modo veramente utile. Non si può accontentare tutti, ma occorre fare delle scelte, anche se queste a volte sembrano impopolari”.

Federico Zeri è morto il 5 ottobre 1998 a Mentana, lasciandoci un’importante eredità: dinanzi a un’opera d’arte, più che l’esperienza erudita, conta l’intuizione – quasi medianica – risultato di una conoscenza profonda non solo di quell’artista e del suo stile, ma del momento storico, dell’ambiente sociale in cui era vissuto, della sua condizione umana. L’arte, anche quando parla al passato, è sempre e comunque viva.