Comprendere, pensare e riflettere, ce lo spiega Dennett

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Daniel Dennett

E allora cos’è questa storia che il sé non è reale? Pensatore naturalista a tutto tondo, profondamente influenzato da Darwin, Dennett non pensa che esiste un me (o un te, se è per questo) che sia separato dai miei effettivi pensieri.

Fatemi spiegare meglio: anche se gli esseri umani hanno un’autocoscienza, la capacità di pensare il proprio pensare, non abbiamo un vero e proprio sé? “Beh, chi è questo tu che pensa? È qualcosa di indipendente dal cervello o dal corpo?” ha detto Dennett in una recente chiacchierata telefonica dal suo ufficio della Tufts University vicino Boston, dove insegna dal 1971. “Non è indipendente, è il cervello e il corpo. Questo è ciò che sei. Sei un essere umano vivente e dentro di te non c’è qualche perla magica che è il tuo vero te.”

Dennett definisce la funzione della coscienza su un continuum evoluzionistico dal più semplice al più complesso.

Gran parte dell’attività neurale ha poco a che fare con la comprensione o l’auto-riflessione. È automatica, pre-conscia e occupata dalla routine della vita quotidiana. “La chiamo competenza senza comprensione,” dice Dennett. “Diciamo, il modo in cui gli animali sono capaci di ignorare la propria ombra così non può spaventarli. In generale, hanno l’equipaggiamento o la competenza necessari per sottrarre i propri arti e code e artigli dalla scena delle proprie attività.”

Dennett sostiene che la complessità assoluta dell’attività mentale negli esseri umano e la nostra crescente acquisizione di competenze, incluso l’uso del linguaggio, porta alla fine alla capacità di comprendere, pensare e riflettere. Nulla è cambiato nella natura dell’attività neurale.

Eppure è proprio questo il momento in cui iniziamo ad immaginare che vi sia qualcuno al di fuori del flusso che compie la comprensione. “Mi piace metterla così,” dice Gopnik. “Dennett non crede che la coscienza sia il Ghost in the Machine. Crede che la coscienza sia il brusio della macchina.”

Quel brusio è un effetto ritardato dell’attività neurale, ma viene scambiato per la sua causa, dice Dennett, che ritiene che credere di poter vedere la causazione sia una delle nostre illusioni più durature. “La causazione non si può vedere. Non c’è niente da vedere,” dice. La nostra nozione di causa ed effetto è sottosopra, dice, una proiezione del nostro bisogno di interpretare il mondo in base ai nostri desideri.

Non ci piace il miele perché è dolce,” dice Dennett. “Lo chiamiamo dolce perché ci piace, perché le molecole di glucosio – che non sono dolci o amare – interagiscono con il nostro sistema nervoso e ci arriva il messaggio Lo voglio!

La conclusione di Dennett è dunque la seguente: “La mente è l’effetto, non la causa.