Conformisti o alternativi, quando l’abito fa il monaco

Se c’è un ambiente in cui ci preme di essere accettati socialmente, quello è proprio il posto di lavoro. Il nostro abbigliamento è il biglietto da visita; il primo elemento sottoposto all’altrui scrutinio; il tocco in più che ci caratterizza prima che la nostra vera personalità riesca ad emergere. Eccoci allora a sprecare tempo e soldi per adeguarci a codici di abbigliamento non sempre chiari e definiti.

Per i più, essere allineato alla norma, sul posto di lavoro, veicola informazioni importanti ai nostri colleghi: ci segnala come persone informate, intraprendenti, che appartengono “al gruppo”, qualunque esso sia. Per la maggior parte di noi, quindi, giacca e cravatta, tailleur e tacchi alti, borse firmate, orologi di marca sono i must che non possono mancare nella “divisa” da ufficio.

Altri, invece, pensano che distinguersi dalla massa possa essere, lavorativamente parlando, un investimento assai più redditizio. In effetti, uno studio del 2014 ha rilevato che un abbigliamento anti-conformista sul posto di lavoro viene sempre più frequentemente associato a competenze superiori ed a uno status di maggior prestigio.

A tal proposito, lo studio ha coniato il termine “red sneaker effect”, proprio perché il manager in blue jeans e scarpe da ginnastica si presenta come una personalità più autonoma, capace di pensare con la propria testa, più autorevole e influente. In effetti alcune figure leader nel mondo del lavoro e degli affari, quelle che hanno costruito imperi con idee semplici ma rivoluzionarie, hanno spesso rifiutato l’etichetta che impone giacca e cravatta preferendo un abbigliamento casual. La camicia sbottonata per Richard Branson, il dolcevita per Steve Jobs, le felpe di Mark Zuckerberg: sono questi i modelli da imitare per chi vuole sentirsi proiettato verso uno carriera di successo.

Contrariamente a quanto si è pensato finora, dunque – ovvero che deviare dalla norma possa avere dei risvolti negativi – vestirsi in maniera anticonformista viene invece considerato come un approccio che può dare i suoi frutti anche sul posto di lavoro, e non solo se si è un nerd della Silicon Valley.

Linguaggio Muto
Il libro di Desmond Morris

Chi sfida l’etichetta viene percepito come una persona che ha molte riserve in termini di capitale sociale, disposta dunque a correre qualche rischio, sicura di sé e delle proprie capacità. Così, soprattutto nel mondo anglosassone, comincia a succedere che anche gli ultimi arrivati decidano di presentarsi in jeans e maglietta, per dare un segnale forte di dove intendano arrivare, nonostante il rischio concreto che ciò gli si possa ritorcere contro.

In Linguaggio muto, Desmond Morris, fine osservatore del comportamento umano, sostiene che sia praticamente impossibile indossare degli abiti senza trasmettere un qualche messaggio sociale. L’abbigliamento di questi signori non sarebbe affatto “casuale”, ma frutto del ruolo sociale che svolgono o che ambiscono ad ottenere.

La principale funzione dell’abbigliamento, ricorda Morris, è ormai principalmente l’ostentazione. Ma la funzione svolta a questo riguardo dall’abbigliamento formale ha perso valore ora che tutti possono permettersi quegli abiti eleganti prima riservati a una classe superiore. È necessario allora rivolgersi altrove, alla ricerca di nuovi modelli. Da sempre lo sport è stato la principale fonte di ispirazione: infatti lo sport è per antonomasia sinonimo di libertà e ricchezza, e l’abbigliamento sportivo è stato in qualunque epoca indice di benessere.

La giacca con le code, ricorda Morris, veniva usata per cavalcare prima di diventare un capo d’abbigliamento d’uso quotidiano. E una volta divenuta alla portata di tutti ci si è rivolti ad altri sport. Prima il tennis, poi il golf, la vela, ecc.

Oggi, continua Morris, per distinguerci guardiamo all’abbigliamento di chi svolge lavori comuni – ecco allora blu jeans, tute e salopette, scarponi militari, zaini – preferibilmente indossati in occasioni non comuni per distinguersi comunque dalla massa.

Stando a questa osservazione, Zuckerberg & co. non hanno inventato nulla di nuovo. Negli anni ’50 i vacanzieri di Capri indossavano le rozze camicie dei pescatori per prendere l’aperitivo, trasmettendo un messaggio perverso: “Approvo i semplici, ma non sono uno di loro.

Si ritorna allora al punto di partenza: il tempo investito nella cura dell’abbigliamento è parte dello sforzo di inserirsi in un corpo sociale ben preciso, e anche il più casual dei look altro non è che un “travestimento” per sembrare qualcosa di più rispetto a quando percepiamo di noi stessi.

E se ci vuole così tanta cura per sembrare casual, tanto di cappello a James Bond che in giacca e cravatta conquista donne, tracanna martini e stende i nemici a colpi di karatè. Forse per essere originali, basta essere ordinari?