Il romanzo d’amore di Giulia, figlia ripudiata dell’Impero Romano

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La pedina di vetro

« Nulla può durare in eterno: quando il sole ha diffuso il suo splendore, tramonta nell’oceano, decresce la luna, che poco fa era piena, la furia dei venti si muta spesso in lieve zaffiro».

Questa frase risale ai tempi di Pompei ed è l’epigrafe del romanzo «La pedina di vetro» di Antonella Tavassi La Greca.

L’autrice racconta e immagina la storia di Giulia, l’unica figlia dell’Imperatore Cesare Ottaviano Augusto, nata nel 39 a.C. dal suo matrimonio con Scribonia. Un romanzo che riprende le fonti storiche e narra di una cultura raffinata e atroce, piena di bellezza e ipocrisia.

A descriverla è la stessa, sfortunata Giulia: attraverso le sue parole si sviluppa il racconto composto dai suoi amori, dall’esilio, dalle difficoltà incontrate nel cercare se stessa, in un mondo dove contava soprattutto il potere.

Nel 2 a.C. la figlia di Augusto fu processata per adulterio ed esiliata, in base alla lex Julia de alduteriis voluta proprio dall’Imperatore.

Dall’esilio non tornerà più: morirà a Rhegium nel 14 d.C. quattro anni e undici mesi dopo il padre. La sua grande colpa era di aver amato, contro le regole e le prassi dell’impero romano. Una piccola eroina di altri tempi, in una società dove la ribellione da parte delle donne e il femminismo non esistevano.

Ma non fu una ribelle, seguì solamente il suo cuore, anche se l’amante scelto era Jullus Antonius, figlio di Marco Antonio, il più feroce amico si Augusto.

La vicenda di Giulia è soltanto una vecchia e scandalosa storia arrivata a noi attraverso il tam tam di pettegolezzi: da Tacito a Svetonio, da Cassio Dione a Plinio il Vecchio?

Non è così semplice: il suo esilio aveva lasciato molti dubbi sulla sua valenza, già a quei tempi. Poi la morte precoce dei suoi figli e gli intrighi della sua matrigna Livia – una specie di lady Macbeth ante litteram – hanno sempre più sconcertato. Nonostante la pesante condanna, tutti gli storici concordano nell’apprezzare la sensibilità e la gentilezza di Giulia.

Macrobio riferisce che la plebe romana a gran voce chiedeva il perdono:

«Per la squisita educazione ed estrema dolcezza, che attiravano enorme simpatia ».

Ma perché allora Augusto, clemente con molti suoi nemici, non perdonò sua figlia? Il mistero rimane irrisolto e si colora di giallo: troppe morti e condanne sospette avvolgono questa storia.

Nel romanzo è Giulia a fornire la versione dei fatti, a raccontare di come il padre aveva scelto per lei, perché la voleva istruita come un uomo.

Vengono fuori così le speranze, le passioni e la voglia di non rassegnarsi alle imposizioni e le etichette, di una donna che ha combattuto per essere libera. La sua storia è appassionante intricata e feroce.

L’autrice, alla sua prima opera, riesce a raccontare e descrivere un mondo in tutti i suoi angoli più nascosti, facendo intravedere le personalità e la cultura che governava nell’antica Roma. Un libro che è un’immaginaria finestra sulla vita ai tempi dell’imperatore Augusto.

La scrittura di Tavassi La Greca è una scoperta per la forza e l’attenzione con cui riesce a descrivere una realtà «magnifica», ma piena di compromessi.

Nelle pagine de  «La pedina di vetro» si vive la Roma dei Cesari nelle sue contraddizioni, in una cultura basata molto sull’apparenza e il potere. Giulia era la pecora nera, la donna che non accettava di essere solo la figlia di Augusto.

l’Unità, venerdì 12 febbraio 1999, pag. 19 – di Valerio Bispuri