Il riso genera il piacere

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Come vivere meglio

“Il riso genera il piacere. E il piacere genera la gioia. E la gioia genera l’amore. E l’amore genera la persona”.
Maestro Eckhart (1260-1327)

Il piacere al quale questo libro si riferisce non è quel «sempre di più» dell’iperconsumismo, che non aiuta a sollevarci, ma che fornisce sensazioni o costrizioni che inducono a comportamenti esagerati, a dipendenze (dal gioco, dal lavoro, dall’alcool o spesso da droghe, in grado di stimolare la secrezione di dopamina, ormone del piacere per eccellenza), dipendenze che rappresentano spesso una fuga, una camera di decompressione nei confronti di forti stress o di momenti di perdita di riferimenti.

Il piacere sul quale ci interrogheremo si riferisce piuttosto a uno stato d’allerta che ci fa concentrare su ciò che procura del bene e genera calma. Esso è diverso per ciascuno di noi, va cercato, conquistato, costruito: arricchisce la persona di «maggior benessere».

Non è tanto uno stato permanente, quanto piuttosto un momento transitorio di pienezza che può sorgere e risorgere, non importa dove e quando, a condizione di stimolarlo e di saperci «entrare». È inseparabile dal desiderio che lo genera e che con esso si esaurisce.

Come scrive giustamente Françoise Dolto, non si tratta di «sguazzare» nel proprio piacere:

«L’unico peccato, secondo me, è quello di non vivere il proprio desiderio. Quando non si vivono i propri piaceri ci si indebolisce. Quando non si vive che per i propri bisogni e per i propri piaceri, ci si rovina, nelle difficoltà così come negli agi. Il corpo è avido di piaceri e spesso ci si lascia intrappolare, se il cuore non ci sorveglia, se il sentimento della propria dignità umana non aiuta a trovare la propria strada».

Il piacere che ci consente di vivere è quello che richiede tempo per essere assaporato e spesso è costituito di piccole cose, non quello che ci fa ignorare l’altro o gli procura sofferenze. Si caratterizza come una riconquista di sé, che ci permette di nutrirci nuovamente di energia, di lasciarci andare grazie a una sensazione di benessere, un sorriso verso l’altro.

In quest’ordine d’idee, concedersi dei piaceri, lungi dall’essere fine a se stesso, è un modo di amarsi meglio, cosa che ci rende capaci di accettare gli altri con un senso di un amore autentico. Non affronterò qui le definizioni teoriche di «piacere» e rimando i lettori con vocazione filosofica all’eccellente opera di Suzanne Simha, intitolata Le Plaisir, nella quale l’autrice studia tale concetto così come si è evoluto, da Platone a Lacan.

Ne risulta che il piacere, come lo concepisco qui, è vicino alla visione epicurea che, come scrive Suzanne Simha, «non può intendersi alla stregua di un pensiero facile e una pigra filosofia morale», poiché essa consiste in una ricerca ragionata, che esige sforzo e rigore, contrariamente alla dottrina edonista che afferma: «Mangiamo e beviamo poiché domani moriremo», il che sarebbe un invito alla dissolutezza. Il filosofo greco Epicuro (341-270 a.C.) ci raccomanda di liberarci dei pensieri ingannevoli che ci fanno soffrire e di vivere l’istante presente secondo natura, da cui non si può essere ingannati.

Il piacere semplice che così si fa strada in noi ha il potere di rivelarci la pienezza, la pace e la tranquillità che sono naturalmente nostre. A questo proposito si può dire che il piacere che ci offriamo e che doniamo conferisce all’esistenza e all’essere un’altra dimensione. Molte persone attraversano la vita in maniera meccanica, senza avere coscienza di ciò che fanno.

Dopo una discussione su tali argomenti avuta con un mio amico scapolo, quest’ultimo si è infatti reso conto di offrirsi ogni mattina, prima di iniziare a lavorare, cinque piaceri:

Un bagno con sale grosso marino; un caffè in un bistrò sotto casa; una telefonata alla sua madrina, che ama molto e con la quale gli piace ridere; il sudoku del giorno; un «solitario» sul suo computer.

È così che attività di routine, persino automatiche, sono state trasformate in una successione di piaceri che quest’uomo ha imparato a provare e a gustare. Rallentando il ritmo della vita quotidiana, prendendosi il tempo per cogliere quei momenti, egli è diventato attento a numerosi dettagli in grado di fornire lo stimolo per emozioni, sensazioni e per la presa di coscienza del benessere che ora fanno parte di sé. Pian piano egli impara a sviluppare l’ascolto, l’osservazione e la capacità di accettare i messaggi di piacere che il suo corpo, mediante i cinque sensi, invia al cervello.

«La nostra anima – scrive Jean-Didier Vincent – porta in sé una raccolta inesauribile di potenziali piaceri, per cui basta un’occasione perché si innesti il desiderio di coglierli: fiori sul ciglio della strada, sorrisi incrociati sulla terrazza di un caffè e così via a formare un elenco inesauribile».

Dalla prefazione di Quattro piaceri al giorno, come minimo!