Con Davies a spasso nel multiuniverso

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Un solo universo o infiniti universi?

La curiosità dello scienziato, la passionalità del ricercatore sono state forse il più suggestivo “leitmotiv” della XXIV edizione del Meeting di Rimini con una serie di riflessioni che, dai Nobel per la fisica Carlo Rubbia e per la chimica Jean-Marie Lehn al fisico Paul Davies, si sono snodate in un crescendo altrettanto appassionante.

La scienza rimessa in questione più per i rischi magari soltanto ipotizzabili che non per la cosiddetta «knowledge-based technology» che la società può interpretare come più affidabile; o ancora per quella sorta di contratto sociale con la scienza suggerito da Roosevelt nel 1945 che stimolava il ricercatore al ricorso ai «modi dettati dalla sua curiosità» e non scevro per questo dai timori di perdita di certezze.

E il messaggio di Rubbia è stato all’insegna di esperienze dolorose superate, rivolto alla prudenza dello scienziato a fronte dei nuovi problemi che la stessa scienza va ponendo, perché per costruire occorre conoscere e prevedere. Verso gli estremi confini dell’impresa scientifica, là dove la conoscenza è costretta a riconoscere i suoi limiti che peraltro sono continuo stimolo di superamento per le capacità razionali dello scienziato, si è addentrato Paul Davies, cosmologo di fama internazionale.

Nato a Londra nel 1946, fisico teorico come formazione e docente dal 1980 all’università di Newcastle upon Tyne, dal 1990 si è trasferito in Australia ricoprendo all’università di Adelaide la cattedra di fisica matematica. Dal 1993 è a Sydney, dove la Macquarie University gli affida, nell’ambito dell’Australian centre for astrobiology, la cattedra per lui appositamente creata di Natural philosophy.

Professor Davies, si afferma che uno dei maggiori scopi dell’Astrobiologia risieda nella descrizione della transizione fra una Terra abiotica e quella biotica. Nel suo libro «Da dove viene la vita» tratta il mistero dell’origine sulla Terra e in altri mondi. Agli interrogativi che tuttora gli scienziati si pongono, bizzarro incidente chimico o qualcosa di iscritto nelle leggi fondamentali dell’Universo, come reagisce?

Con una visione alternativa alla scienza ortodossa che interpreta il cosmo con una filosofia nichilista di un universo senza scopo e con leggi impersonali ignare di qualunque scopo. La mia visione è di un universo auto-organizzato che accresce la propria complessità, governato da leggi ingegnose che spingono la materia a evolversi verso la vita e la coscienza. Un universo nel quale l’emergere di essere pensanti è parte integrante e fondamentale dell’ordine complessivo delle cose. Un universo nel quale non siamo soli.

Si tratta forse delle caratteristiche dell’universo che osserviamo che appaiono progettate nelle loro interrelazioni con l’esistenza di organismi biologici in generale e di osservatori intelligenti in particolare?

È l’universo bioamichevole. Una spiegazione popolare per questa caratteristica dell’universo progettato risale a una sorta di “architetto cosmico” che seleziona un sensato insieme di leggi affinché si possa ospitare la vita intelligente. È l’ipotesi di molti universi combinata con la selezione antropica, le priorità fortuite delle leggi della fisica. Secondo questo concetto, quello che definiamo universo è una piccola componente in un ampio assemblaggio di universi, o regioni cosmiche fra le quali sono collocati tutti i tipi delle diverse leggi e condizioni della fisica. Una piccola parte di un sistema molto più grande – il multiverso – è quello che noi osserviamo.

Lo scorso maggio, durante un seminario alla Stanford University sull’esistenza di uno o più universi, il suo intervento partito da un interrogativo «Multiverse or design?» non escludeva lacune elle affermazioni sull’architetto cosmico e sul multiverso, e proponeva riflessioni su una terza via per spiegare l’universo bioamichevole.

Si ritorna al puzzle dei legami fra l’universo da un lato e la vita dall’altro: cosa conosce l’universo della nostra vita e come si collocano le leggi fisiche rispetto alle nostre conoscenze?

Un collo di bottiglia, se si considera il fatto che la matematica descrivente le sottostanti leggi della fisica è il prodotto della mente umana. Così le leggi dell’universo permettono l’esistenza di sistemi fisici, come gli essere umani, che possono sviluppare la matematica di quelle stesse leggi. Gli esseri umani sono qualcosa di più che non semplici osservatori e la fisica del nostro universo è veramente speciale in quanto comprensibile alla mente umana. Gli essere umani sono anche dei computer. Potrebbero esserci molti universi con leggi computazionali che non ammettono i sistemi fisici, oppure universi con leggi non-computazionali. Bisogna attendere la ricerca futura per formulare una rigorosa terza via.

Il suo impegno di scienziato ha varie sfaccettature, dalla cattedra in Filosofia naturale a Sydney a numerosi libri divulgativi divenuti bestseller e a un’intensa attività giornalistica e televisiva. Come concilia questi molteplici aspetti con la Filosofia naturale?

Negli ultimi anni molti scienziati hanno riscoperto tanti interrogativi filosofici, sia attraverso i progressi della cosmologia dove la scoperta filosofica ha portato a risultati scientifici, sia per il fatto che la teoria viene prima della sperimentazione scientifica. Ecco il perché della filosofia naturale.

Inoltre il mio insegnamento, attraverso le mie riflessioni, si rivolge alla società, perché la ricerca della vita magari altrove è anche ricerca di noi stessi, di quello che siamo e di quale possa essere il nostro posto nel grande schema cosmico. A fronte delle profonde implicazioni della scienza è la profondità delle indagini che conta e quindi la capacità della mente umana di raccogliere informazioni sulle quali indagare ulteriormente, formulando teorie e nuovi interrogativi.

Il Sole-24 ore, 30 ottobre 2003, pag. 13 – Paola de Paoli