Ologrammi, nuova frontiera per la comprensione dei buchi neri

I buchi neri, si sa, sono l’oggetto più insondabile e misterioso del nostro Universo. A lungo solo ipotizzati e descritti da modelli fisici e matematici, solo lo scorso anno è stato possibile fotografarne uno.

Anzi, non proprio. In realtà l’immagine ottenuta da un consorzio di telescopi (EHT) sparsi in tutto il mondo ritrae l’ombra di un buco nero supermassiccio, Messier 87, a qualche milione di anni luce dalla Terra. Del resto, i buchi neri si distinguono proprio per la caratteristica di non poter essere osservati direttamente: in essi la gravità è così forte da dominare su tutto, non lasciando uscire nulla, ivi compresa la luce.

Due ricercatori italiani, però, hanno annunciato di aver sperimentato un nuovo approccio per poter rappresentare, e dunque comprendere i buchi neri: l’ologramma. Secondo i due studiosi, affiliati alla Sissa di Trieste e all’Istituto nazionale di fisica nucleare, gli ologrammi sarebbero perfetti in quanto figure bidimensionali in grado di codificare oggetti in 3D.

Questo tipo di approccio, spiegano, consentirebbe infatti di superare l’impasse creato dalla necessità di applicare contemporaneamente la meccanica quantistica e la relatività di Einstein, due teorie in totale opposizione. L’ologramma potrebbe permettere di includere la gravità in maniera non implicita, grazie cioè alla resa tridimensionale di immagini a due dimensioni.

Per il momento si tratta solo di una teoria che deve essere confermata. Nell’attesa di vederne l’applicazione pratica, speriamo che la ricerca sul campo prosegua e che altre imprese come quella del consorzio EHT possano fare un po’ di “luce” nell’oscurità profonda dei buchi neri.

Foto di Love Art. Live Art. da Pixabay