In ricordo di Giovanni Buttarelli

Prima ancora che Garante della protezione dei dati (GEDP) e data protection supervisor (EDPS), Giovanni Buttarelli è un giurista. Lo scriviamo al presente, malgrado la sua recente scomparsa, perché ci sono dimensioni che appartengono al fare – e al fare per gli altri – che lasciano un segno indelebile e atemporale.

Giovanni Buttarelli è un giurista perché da giurista ha letto, interpretato, decifrato e interrogato il mondo della privacy, con tutte le sue implicazioni nella sfera dei diritti fondamentali della persona. Perché da giurista si è posto molte domande, senza la presunzione di conoscerne le risposte.

Perché da giurista ha sempre puntato alla comprensione dei fenomeni, prima ancora che alla loro regolamentazione. Perché da giurista ha saputo apprezzare le risorse dell’accordo e della collaborazione tra le diverse parti in causa, evitando sempre lo sterile conflitto fra le stesse.

Ragionare da giurista significa porsi al servizio della società, delle sue necessità, dei suoi legittimi bisogni e dei suoi più sacri diritti, senza dimenticare mai che di quella società fanno parte tanto il singolo cittadino quanto lo Stato, tanto l’azienda privata quanto l’istituzione pubblica.

Ognuno di essi porta nella discussione etica di cosa sia “giusto” una pur piccola verità, che il giurista non può non ascoltare.

Non si tratta di stabilire chi ha torto o chi ha ragione, chi è buono o chi è cattivo, si tratta di trovare la “giusta” misura di ciò che è utile a tutte le parti e dannoso per nessuna. Così ragiona il giurista.

Sebbene le due migliori leggi sulla privacy che siano mai state fatte – la legislazione italiana del 1996, più volte aggiornata, e il regolamento europeo (GDPR) del 2016 – nascano ambedue dal suo grande apporto, mai una volta l’abbiamo sentito vantarsi di quel “fare” al servizio della comunità che è sempre stato il suo primo e unico obiettivo.

C’è una frase di Giovanni Buttarelli che merita di essere ricordata, perché ne indica la statura morale:

“Possiamo discutere di quali regole ci sia bisogno, ma da magistrato ho ben chiaro che il primo canone è che una regola c’è sempre, anche se non è scritta; perché laddove fossi chiamato come magistrato a prendere una decisione, dovrei per forza di cose soddisfare un diritto o negarlo, e ciò significherebbe che una regola, anche se implicita, io la sto applicando. Quindi il problema non è avere o non avere regole. Il problema è come sono codificate: se sono generali o speciali, se valgono per quel settore o per altri, se sono implicite nell’uso comune e nelle consuetudini, se sono norme primarie, secondarie, derogabili, temporanee, eccezionali e così via. Comunque una regola ci sarà. O può anche darsi che quella regola non ci sia, e allora implicitamente vuol dire che quel diritto non avrà soddisfazione; ed è una regola anche quella”.

È per questo che lo vogliamo ricordare: per aver dato un volto umano, etico, partecipe e attivo al mondo delle regole.

Fonte fotografica: Profilo Twitter Tim Kook