Il linguaggio del corpo e la comunicazione non verbale

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Comunicazione non verbale

La comunicazione non verbale, questa linguaggio «segreto» del corpo, non è un gesto che può tradirci, né una bugia da decriptare, ma un segnale inconscio, a volte di sofferenza, a volte di gioia, che il corpo trasmette e che bisogna immediatamente afferrare per rendere la vita più semplice. Il colore di un abito, una posizione nello spazio, un collo nudo o coperto, toccarsi di continuo l’orecchio o un gioiello attirano spesso il nostro sguardo, e il frutto di questa acuta osservazione coglie alla sprovvista le difese abituali, suscitando nell’altro una sorpresa che permette di mettere a nudo l’essenziale.

Che sia chiaro: non si legge una persona come un libro e, contrariamente a quanto pensano e dicono le persone mal informate e «mal-formate» la comunicazione non verbale non si riduce a un dizionario di gesti. Non è neutra, produce un impatto. Non informa, implica. È un fenomeno globale, totale, che non può essere compreso se non in un contesto e in un’interazione. Perché tocca l’affettività di colui che «trasmette» il messaggio come di colui che «lo ascolta», o «l’osserva», o «lo riceve».

Anche se Freud ha dimostrato che non si controllano sempre le proprie parole e che il lapsus e l’atto mancato ci tradiscono, è evidente che si controllano ancor meno i propri micro-gesti e le «fughe» di sentimenti, ad esempio quando si arrossisce, quando si tossisce o si cambia ritmo alla respirazione. È altrettanto evidente che non abbiamo alcun controllo sul modo in cui un’intonazione, un gesto, un colore tocca la nostra sensibilità e su quello in cui reagiamo ad essi. Da una parte come dall’altra, dunque, noi siamo implicati in una reazione «nelle viscere»: l’uno non riesce ad impedirsi di reagire, l’altro ignora a cosa reagisce.

È vero che certi gesti, certi colori, certi ornamenti, noi li riconduciamo a certe situazioni emozionali. Ma immaginare che un dizionario, una «chiave dei gesti», possa risolvere i nostri interrogativi sulla «sincerità», sulla «spontaneità», sulla «veracità», sul «senso reale» di ciò che viene comunicato, significa tentare di compensare una mancanza di coinvolgimento nella relazione attraverso una tecnica.

«Voglio sapere se il mio partner mente, perché la relazione che ho con lui non me lo dice a sufficienza.» Ma perché si vuole rimpiazzare la relazione con una tecnica? Se non si risponde a questo interrogativo, vi sono forti possibilità che si persista nell’illusione di credere che si possa agire sugli altri senza che gli altri agiscano su di noi. E dunque che non si comprenda cos’è la comunicazione non verbale.

Si assiste dopo qualche anno a una ripresa dell’ossessione della decodifica del non-verbale. Autodidatti o ciarlatani ne approfittano per ergersi a specialisti, a dispetto di chi è serio. È dunque importante mettere i puntini sulle «i» e ricordare le basi serie della ricerca sulla CNV (Comunicazione non verbale), basi che, per le questioni fondamentali, non sono più cambiate da oltre cinquant’anni.

La maggioranza delle teorie sono state elaborate negli Stati Uniti negli anni 1950-1970. In questi anni, grazie a una fortunata coincidenza, trovandomi negli Stati Uniti, là dove stava accadendo tutto, ho lavorato e ho intrattenuto scambi personali e amichevoli con numerosi pionieri della comunicazione non verbale, tra cui James Enneis, J.S.B. Haldane, Jurgen Ruesch, Albert Schlefen, Ray Birdwhistell, Mary Ritchie Key, Leon Festinger ed Erving Goffman. La mia tesi per il dottorato di Stato, sostenuta nel 1976 davanti a una commissione composta da Didier Anzieu, Otto Klineberg, Juliette Favez Boutonier, Claude Revault-d’Alonnes e Hubert Montagner, è stata consacrata alla comunicazione non verbale e a quelle teorie che hanno alimentato in tutti questi decenni il mio lavoro sullo psicodramma e sul transgenerazionale.

La lingua segreta del corpo, il nuovo libro sulla CNV di Anne Ancelin Schützenberger

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