Cosa pensa il nostro cervello di quello che vede?

Pubblicato il
L'arte vista dal cervello

Non è una domanda banale. Siamo abituati a vedere quel che abbiamo intorno in maniera istantanea e automatica, con un livello di coscienza e metapensiero ridotti al minimo. Talvolta interviene una suggestione, una coloritura affettiva – come un ricordo – che ci inducono a soffermarci su quello che abbiamo davanti agli occhi, ma più spesso il vedere è semplicemente un mezzo per orientarsi nello spazio-tempo circostante.

Con gli occhi del cervelloEppure il cervello ha una sua personale “opinione” su quel che vede, anche se non arriva a coscienza.

Calcoliamo le distanze e gli eventuali pericoli, percepiamo sensazioni gradevoli o meno, sudiamo o sentiamo accelerare il battito cardiaco, perché il nostro cervello nel collegare una serie di informazioni – anche visive – si “fa un’idea” della situazione.

Per capire e percepire attivamente quanto stiamo dicendo, basta rifarsi all’esperienza artistica: perché certe forme, certi colori, certe simmetrie o mancate simmetrie ci attraggono o ci rilassano, ci respingono o ci innervosiscono?

Il “sentimento” estetico è uno di quei casi in cui la mente risponde allo stimolo attivamente, o per dirla in altro modo: il cervello pensa a quello che vede.

Semir Zeki, docente di neurobiologia al University College di Londra e autore del libro “Con gli occhi del cervello” (Di Renzo, 2011), fa notare come le linee dei quadri di Mondrian interagiscano con determinati neuroni in maniera diretta: “è difficile credere che certe reazioni fisiologiche a taluni stimoli della corteccia visiva siano casuali, così come che lo sia la ricerca artistica di taluni pittori”. Infatti, Erik Kandel, neurologo e premio Nobel per la Medicina, ha scoperto che le linee di Mondrian vanno ad attivare direttamente la corteccia visiva primaria.

Ecco allora chiarito il significato dell’espressione “arte come forma di comunicazione”: non si tratta di un comunicare aspecifico della visione artistica, ma di un “rispondere” a un preciso e determinato segnale, che sia la posizione di una linea, una simmetria, una asimmetria, la vicinanza di due colori (Kandinsky, Monet e gli impressionisti insegnano)…

Sono molti d’altronde i pittori moderni che si sono ispirati alle teorie cognitiviste e gestaltiche – in base alle quali è possibile selezionare stimoli visivi di cui si conosce a priori la risposta dei soggetti – per rendere più “coinvolgenti” le loro opere: citiamo Marcel Duchamp, Andy Warhol, Jackson Pollock e Mark Rothko.

Analogamente per la musica, è risaputo – grazie a numerose evidenze scientifiche – che i bambini abituati ad ascoltare fin dall’infanzia la musica classica sono mediamente più intelligenti degli altri. Non occorre citare Mozart per averne la prova!

Link articolo di approfondimento di “The New Yorker