Frank Wilczek si racconta

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Frank Wilczek

Gli eventi più profondamente formativi della carriera scientifica di Wilczek sono di molto antecedenti il primo contatto con la comunità della ricerca; in effetti alcuni precedono addirittura la sua nascita.

I miei nonni lasciarono giovanissimi l’Europa a causa della Prima Guerra Mondiale; il ramo paterno proveniva dalla Polonia, quello materno dall’Italia, vicino Napoli. Arrivarono con niente in mano, senza nemmeno conoscere una parola di inglese. Erano rispettivamente un maniscalco e un muratore.

Entrambi I miei genitori sono nati a Long Island, nel 1926, e hanno sempre vissuto lì. Sono nato nel 1951 e cresciuto in un posto chiamato Glen Oaks, che è l’angolo nordorientale del Queens, a malapena entro i limiti della città di New York.

Ho sempre amato ogni genere di rompicapo, gioco o mistero. Le prime cose di cui ho memoria sono le questioni sulle quali “lavoravo” molto prima di andare a scuola. Per esempio cercavo di capire i soldi e spendevo molto tempo inventando schemi con cui cambiare i diversi tipi di moneta (penny, nichelini, decini…) secondo passaggi sempre più complicati che mettessero in luce il mio genio. Un altro progetto era cercare di arrivare a numeri molto grandi in pochi passaggi. Ho scoperto da solo forme semplici di esponenziazione ripetuta e ricorsione. Creare grandi numeri mi faceva sentire potente.

Date queste inclinazioni, immaginavo di essere destinato a un qualche tipo di lavoro intellettuale. Circostanze molto speciali mi hanno condotto verso la scienza e poi alla fisica teorica.

I miei genitori sono stati bambini durante la Grande Depressione e le loro famiglie hanno combattuto per sopravvivere. Questa esperienza ha influito su molti dei loro atteggiamenti, soprattutto sulle loro aspettative verso di me. Riponevano una grande fiducia nell’educazione e nella sicurezza che poteva derivare dalle capacità tecniche.

Furono molto compiaciuti di scoprire che andavo bene a scuola e mi incoraggiarono a pensare di poter diventare un dottore o un ingegnere. Mentre crescevo mio padre, che lavorava nel campo dell’elettronica, frequentava i corsi serali. Il nostro appartamentino era pieno di vecchie radio, televisori fuori moda e dei libri su cui studiava.

Era il periodo della Guerra Fredda. L’esplorazione dello spazio era una prospettiva nuova ed eccitante, la guerra nucleare era una minaccia terrificante; entrambe erano costantemente presenti su giornali, TV e film. A scuola facevamo continue esercitazioni antiaeree. Tutto questo mi impressionava molto. Coltivavo l’idea che esistesse una conoscenza segreta che, se appresa, consentisse alla mente di controllare la materia in modo quasi magico.

Un’altra cosa che ha influenzato il mio modo di pensare è stata l’educazione religiosa. Sono cresciuto come un cattolico. Mi sono innamorato dell’idea che ci fosse un grande dramma, un grande piano oltre l’esistenza. Poi, leggendo gli scritti di Bertrand Russell e assumendo una sempre maggiore consapevolezza scientifica, ho perso la fede nella religione convenzionale. Una gran parte della mia ricerca ha provato poi a riguadagnare un po’ di quel senso perduto, il pensiero di uno scopo e un significato ulteriori… Questa è una cosa che continuo a fare ancora oggi.

Ho frequentato la scuola pubblica nel Queens, e ho avuto la fortuna di avere ottimi insegnanti. Giacché le scuole erano grandi, era possibile organizzare classi specializzate e avanzate. Alla Martin van Buren High School c’era un gruppo di circa trenta di noi che frequentava molte di queste classi contemporaneamente.  Ci aiutavamo e ci spronavamo gli uni con gli altri. Più della metà di noi ha avuto una carriera di successo in campo medico o scientifico.

Sono arrivato all’università di Chicago con grandi ambizioni confuse. Ho flirtato con la scienza del cervello, ma ho subito deciso che le questioni più importanti non erano pronte per un trattamento matematico, e poi non avevo pazienza per il lavoro laboratorio. Ho letto voracemente molte materie, ma ho finito per specializzarmi in matematica, soprattutto perché era ciò che mi garantiva la maggiore libertà. Durante la mia ultima stagione a Chicago, ho frequentato il corso di Peter Freund sull’uso della simmetria e la teoria dei gruppi in fisica.

Era un insegnante entusiasta e trascinante e sentivo un interesse istintivo per la sua materia. Sono andato a Princeton con una laurea in matematica, ma ero come cieco verso quello che stava accadendo nella fisica. Poi mi sono reso conto che idee profonde che riguardavano la simmetria matematica si stavano affacciando alle frontiere della fisica; nello specifico, la teoria di gauge delle interazioni elettroniche deboli e la simmetria scalare nella teoria di Wilson delle transizioni di fase. Ho cominciato a parlare con un giovane professore di nome David Gross e così è cominciata ufficialmente la mia carriera di fisico.

L’evento principale dei miei primi anni fu aiutare a scoprire la teoria di base della forza forte, QCD. Che è il soggetto della seguente lettura. Le equazioni di QCD sono basate sui principi della simmetria di gauge, che abbiamo sviluppato usando (approssimativamente) la simmetria scalare. Fu molto gratificante scoprire che le idee che mi avevano affascinato quando ero studente potevano essere usate per definire una teoria potente e accurata di una parte importante dei fondamenti della fisica. Continuo tuttora ad applicare queste idee in modi sempre nuovi e sono certo che avranno un  grande futuro.

Un aspetto del mio ultimo lavoro che non è molto contemplato nella lettura, riguarda l’uso di intuizioni e metodi della fisica “fondamentale” da indirizzare verso questioni “applicate” e viceversa. Non sono certo che i numeri quantici frazionari, trasmutati in statistiche quantistiche, superfluidità esotiche o teorie di gauge di fluttuazioni a basso numero di Reynolds, siano davvero (ancora?) arrivati alla fisica applicata, ma è stato bello studiare questi campi.

Per me l’unità della conoscenza è un ideale e un obbiettivo vitale. Continuo come quando ero studente a leggere voracemente e studiare molte materie diverse. Mi auguro in futuro di riuscire a espandere ulteriormente gli orizzonti della mia scrittura e del mio lavoro.

Ho avuto il dono benedetto di una moglie, Betsy Devine, e di due figlie, Amity e Mira, fonti inesauribili di gioia e soddisfazione.

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