Scienza, cultura, democrazia

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Scienza e cultura

Quest’ultimo libro in italiano di Jean-Marc Lévy-Leblond, a lettori come noi che conoscono bene l’autore e ne apprezzano la cultura e la vivacità’ intellettuale, ma lo hanno letto sempre un po’ superficialmente, perché non sono mai riusciti a definire la tesi principale dei suoi libri, e’ suonato subito diverso e molto interessante, perché il libro, piccolo ma sapido, ruota tutto intorno ad una tesi principale detta molto chiaramente e difficilmente confutabile che può essere riassunta in tre punti:

  • La scienza moderna (parliamo delle scienze dure, quelle dove l’impatto dell’ideologia è minimo) è una conquista dell’homo sapiens difficile da rifiutare, perché’ non ha solo valore conoscitivo in generale, ma anche valore aggiunto “pratico” come potenza tecnologica di indubbio interesse;
  • Essendo la scienza parte a se’, aristocraticamente isolata dalla cultura generale della nostra civiltà (niente a che fare con il dibattito molto intellettuale, ma anche di poco interesse sulle due culture: semplice constatazione sulla natura poco integrata delle varie componenti della cultura della nostra civiltà), e’ molto difficile tenere sotto controllo il suo uso, in particolare quando si abbiano intenzioni “democratiche”, cioè si intenda favorire uno sviluppo della società’ in senso partecipativo ed ugualitario e non al comando di pochi “cittadini” sul resto dei sudditi. In particolare non ha senso aspettarsi dal suo dispiegamento un automatico progresso (questa e’ la concezione tipica dello scientismo).
  • La scienza, per essere elemento di progresso civile, deve dapprima diventare cultura e, quindi, esser compresa nei suoi significati oltre la cerchia ristretta dei suoi “sapienti” praticanti. Poi, valutata dai più’, può’ diventare elemento politico, utile, potenzialmente progressivo, dello sviluppo umano. Al momento, cosi’ com’è, serve a chi se ne appropria e la usa per se’, senza riguardo all’interesse generale e senza tener conto delle sue possibili controindicazioni d’uso.

In altre parole, l’idea della scienza per la scienza non può’ che generare nei più sospetto e paura nei confronti di quest’attività’ esoterica stregonescamente/religiosamente potente, quale che sia il godimento intellettuale di chi la pratica e la potenzialità’ di questo sapere. Morale, inutile difendere intellettualisticamente il valore della scienza: non ne verrà’ alcun aiuto agli spontanei movimenti antiscientifici che affliggono il nostro tempo. Solo una riflessione su scienza-cultura-democrazia (questo avrei preferito come titolo del libro) può’ aiutarci a uscir fuori dalla crisi attuale che suona molto crisi di civiltà’. Un’ultima notazione, piu’ per i conoscitori che per il pubblico in generale. Il contributo di Jean-Marc Lévy-Leblond e’ interessante ed innovativo per la generazione del sessantotto che ha variamente affrontato il problema chiamandolo “non-neutralità’ della scienza”. Questo falso problema, indice dei tempi, ha prodotto mostri come quelli che si sono manifestati nella sociologia della scienza, e reazioni in qualche modo estreme come quella di Sokal.

L’argomentazione di Jean-Marc Lévy-Leblond fa in qualche modo giustizia dell’intera problematica, spostando in avanti la questione ed assegnando ad ogni problema il suo ubi consistam. Ci piacerebbe definire questo libro come prolegomeni ad una scienza della democrazia in una società’ tecnologicamente avanzata…

Nicoletta Bosisio e Giovanni Ciccotti