La verità sulla ricerca scientifica in Italia: falsi miti e potenzialità reali.

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Ricerca in Italia

Il 17 dicembre 2016, alla presenza del Presidente della Repubblica, è stato assegnato il Premio Balzan ai tre vincitori di quest’anno: Piero Boitani per la letteratura, Reinhard Jahn per le neuroscienze molecolari e cellulari e Federico Capasso per la fotonica applicata.

Il premio viene assegnato, annualmente, a tre discipline differenti tra: lettere, scienze morali e arti; scienze fisiche, matematiche, naturali e medicina; umanità, pace e fratellanza tra i popoli. A ciascuno dei premiati vanno 680.000 euro, la metà dei quali destinati a finanziare un progetto di ricerca innovativo in cui siano coinvolti giovani ricercatori.

L’occasione si presta a ridiscutere il ruolo della ricerca scientifica in Italia. Tra le voci critiche, ma fuori dal consueto coro, merita attenzione l’intervista che Radio 3 Scienza ha registrato con Federico Capasso, professore di fisica alla Harvard University, inventore del laser a cascata quantica e autore del libro Avventure di un designer quantico.

Cominciamo con lo sfatare un mito: la fuga dei cervelli è un’invenzione dei giornali. I cervelli devono fuggire.

“Io non credo alla fuga dei cervelli – dice Capasso – perché la scienza è globalizzata. I giovani devono andarsene, devono cercare nuove realtà scientifiche con cui confrontarsi. Il problema dell’Italia è la burocrazia, che rallenta e uccide la ricerca. All’estero, gli amministrativi lavoravano per noi scienziati. In Italia è il contrario: gli amministrativi creano ostacoli alla ricerca. Le risorse ci sono, i talenti ci sono – gli italiani sono enormemente competitivi – bisogna soltanto eliminare gli ostacoli pratici all’innovazione”.

Cosa intende per lavorare per la scienza? Cosa dovrebbe fare un amministrativo per aiutare la ricerca scientifica?

“Il lavoro di gruppo, fra scienziati, non è così scontato. Gestire un gruppo di scienziati è come cercare di convincere una moltitudine di gatti a formare un gregge. È impossibile. Da manager di un’équipe di ricerca, ho imparato che il mio lavoro era innanzitutto assumere persone migliori di me: da manager devi imparare a metterti ‘al servizio’ della ricerca”.

Pensavo che le gerarchie in un’équipe di ricerca fossero ben delineate…

“Certo, ma uno scienziato per far bene il suo lavoro deve imparare anche una certa dose di ‘disrespect’ (mancanza di rispetto) verso l’autorità. Il rispetto è una buona cosa, ma se uno rispetta troppo, non sviluppa l’indipendenza di pensiero scientifico che è essenziale”.

Essenziale per cosa?

La scienza ha bisogno delle controversie, perché va avanti attraverso gli errori. L’errore è essenziale alla scienza, che si basa su un sistema di feedback. Per fare nuove scoperte, bisogna ampliare il più possibile l’orizzonte conoscitivo, in tutte le direzioni. Più si è orizzontali, più si impara. Il verticalismo, il verticismo, con la scienza non funziona. Bisogna scambiare informazioni tra ambiti differenti per far progredire la ricerca. Mio padre diceva sempre: fai in modo che il tuo cervello non diventi un attaccapanni. Il senso critico è essenziale per il cervello. Io, a mia volta, dico sempre ai miei studenti: dovete appassionarvi a problemi nuovi, dovete creare problemi nuovi, bisogna cambiare i termini di riferimento, perché la scienza non è una disciplina, è un fenomeno”.

Quindi lei è un fautore della “libera espressione della creatività”?

“La creatività si impara, interagendo con persone più avanti di te”.

Parla per esperienza?

“Io mi sono formato in Italia, in una Facoltà di Fisica (a Roma) che ancora viveva dello spirito pioneristico di Fermi e del suo gruppo. Ho avuto maestri come Edoardo Amaldi, Nicola Cabibbo, Giorgio Salvini, Bruno Touschek, Franco Bassani. Poi sono andato a lavorare ai Laboratori Bell, dove è nata gran parte della società dell’informazione moderna: il transistor, il laser, la teoria dell’informazione di Shannon, il cellulare, il fax, il primo film sonoro. È stato uno dei casi più eclatanti di come ricerca di base e ricerca applicata possano e debbano collaborare. Adesso sono alla Harvard University, nella scuola di ingegneria e scienze applicate, altro ‘hot spot’ della ricerca. In ognuno di questi posti mi sono misurato con persone più brave di me e ho imparato moltissimo”.

Quindi lei è un fautore della collaborazione a tutto campo, tra scienziati e tra discipline…

“Non ha senso separare le discipline scientifiche o la ricerca applicata dalla ricerca pura, teorica. Tutto contribuisce in egual misura e con pari merito di ognuno”.

Qual è il progetto che finanzierà con il Premio Balzan?

“Non ho presentato un progetto vero e proprio; ho nominato due ricercatrici: una della Normale di Pisa (Miriam Vitiello) e un’altra dottorata al Politecnico di Milano e allieva di Orazio Svelto (Margherita Maiuri). L’importante è puntare sulle persone: sono le persone a creare le nuove idee. Io gli ho dato ampia libertà di scelta. Saranno loro a decidere a cosa dedicarsi”.

Leggi la seconda parte dell’intervista

 Per approfondimenti:

Discorso di ringraziamento di Federico Capasso alla consegna del Premio Balzan (17 novembre 2016)