Donne e potere, un binomio che si realizza

Si può fare. Rompere il soffitto di cristallo è finalmente diventato possibile. Sanna Marin, 34 anni, ex ministra dei Trasporti, è la più giovane premier al mondo. Eletta a capo del partito socialdemocratico finlandese, è stata scelta per guidare una coalizione di governo coordinata da cinque donne, quattro delle quali sotto i 35 anni. Donne, madri, professioniste impegnate a costruire la fiducia nel dialogo e nell’impegno costante a favore della collettività. Un trionfo di quote rosa che promette già di puntare su una politica sostenibile e orientata al welfare, all’istruzione e all’ambiente.

Una notizia storica per l’Europa, che rilancia la discussione sul tema quanto mai attuale dell’emancipazione femminile e del ruolo delle donne nella sfera pubblica, ai vertici di partiti e istituzioni, verso una crescente legittimazione e una maggiore parità di genere e contro ogni forma di discriminazione.

Se nei Paesi di area scandinava infatti la quota di rappresentanza femminile in politica supera abbondantemente il 40%, in Italia resta ancora molta strada da fare e i dati parlano chiaro. Sembrerebbe però che il nostro Paese abbia iniziato a percorrere la giusta via. È recente infatti la nomina di Marta Cartabia ai vertici della Corte costituzionale: la prima donna a sedere sullo scranno più alto della consulta.

Già nominata da Napolitano alla Corte costituzionale nel 2011, Marta Cartabia, giurista cattolica nonché docente di diritto all’Università Bicocca di Milano, ora Presidente, è stata tra i giudici costituzionali più giovani della storia della Consulta. Una notizia che lascia ben sperare e che costituisce una tappa importante nel lungo cammino di scalata al potere delle donne, le quali troppo spesso faticano il doppio per raggiungere luoghi decisionali e apicali. E se pensiamo che in Italia, fino al 1963, la magistratura ordinaria era interdetta alla sfera femminile, le fasi di questa piccola rivoluzione appaiono ancora più evidenti.

Risulta quanto mai fondamentale dunque ragionare sulle motivazioni e sui fattori determinanti che intervengono sulla promozione e sul miglioramento della parità in ambito lavorativo, condizionati spesso da culture e politiche di genere differenti e spesso poco valorizzate. È necessario che, dal caso particolare, il discorso trovi ampliamento e si faccia questione sociale, coinvolgendo e integrando Paesi e relative istituzioni e realizzando che il discrimine non si fonda sul genere, ma unicamente sulla competenza e sul valore professionale.

Insomma non solo una questione politica…