“Saggezza dei patterns e nuove strategie cooperative”. Di Francesco La Mantia, da Segno del 29/05/2013

Il vocabolo ‘complessità’ può essere inteso in molti modi. Geometria dei fratta­li, fisica delle strutture dissipative, matematica degli automi cellulari, teoria al­goritmica dell’informazione e tante altre discipline affini mobilitano parametri eterogenei di complessità attestando così la costitutiva polisemia del termine. Il prezioso libretto di Ignazio Licata “Complessità. Un’introduzione semplice” offre un’analisi di questo concetto misurandosi con un’ampia gamma di proble­mi di straordinaria attualità. Decisamente contenuto nelle dimensioni il lavo­ro del fisico siciliano costituisce uno dei contributi più riusciti sull’argomento. […] Non esistono criteri univoci di complessità perché la complessità dei fenomeni non può essere catturata – “zippata”, direbbe ancora Licata – dai parametri di un solo modello formale. Al contrario, occorrono più modelli, più punti di vista in competizione reciproca per cogliere la complessità dei fenomeni – là dove “complessità” si riferisce alla pluralità di comportamenti imprevedi­bili che un sistema può mostrare: “In un senso piuttosto tecnico, un sistema è complesso quando mostra una pluralità di comportamenti che per essere descritti richiedono più modelli”. […] Si è parlato di causalità verso il basso per indicare che ogni creatura collettiva – lungi dall’essere un epife­nomeno causalmente inerte – impone dei vincoli regolatori sulle proprie unità componenti. E si è parlato anche di non-linearità per indicare che la conoscen­za di un sistema non si risolve nella conoscenza (locale e sequenziale) di tali componenti: un sistema, cioè, più che un aggregato di elementi, è un pattern d’interazioni che si articolano su più livelli integrati e secondo linee evolutive altamente imprevedibili. La macchina argomentativa di “Complessità” adopera con intel­ligenza ognuna di queste armi ma compie anche un passo in più: immerge l’ana­lisi dei sistemi in un contesto ecologico. Il progetto del riduzionista ontologico potrebbe funzionare solo in condizioni ideali di completo isolamento. Se fosse possibile tracciare un netto confine di separazione tra un sistema e l’ambiente circostante, probabilmente la conoscenza locale dei singoli elementi offrirebbe tutta la quantità d’informazione necessaria per gestire l’intero sistema. Ma le cose stanno diversamente: i confini tra sistema e ambiente – e, più in generale, tra sistema e sistema – sono fluidi, ossia costantemente ridefiniti in funzione di rapporti intra e inter-sistemici che non cessano mai di trasformarsi. Da qui il rigetto ragionato di ogni riduzionismo ontologico. […] Si può concordare con “Complessità” quando afferma che l’identità di un individuo sia in larga parte plasmata dal gruppo di appartenenza. Tutta­via, al di sotto di queste significative similarità, lo scenario è radicalmente mu­tato. Ed è così perché sono diversi i contesti di riferimento: la libertà di azione di cui dispone l’essere umano è incomparabilmente superiore alla libertà nulla di singole formiche interagenti. Beninteso: un uomo può essere condizionato, diretto e orientato nelle forme più disparate. Il suo però resta un modo di agire radicalmente diverso, giacché risponde a vincoli e regolarità organizzative che non sono i vincoli e le regolarità del formicaio. […] ll rischio di una “fallacia naturalistica” – tentazione spesso serpeggiante tra le pagine di tanti com­plessologi – è così neutralizzato da una sapiente e acuta ricognizione sui delicati equilibri che regolano l’azienda e il mercato. La natura del legame sociale è il vero oggetto di riflessione di questa indagine. Azienda e mercato divengono, in altre parole, il nobile pretesto per esaminare criticamente il contenuto di alcune “narrazioni” sulle forme dell’agire umano e sui rapporti che contribuiscono a istituire. Per eseguire tale compito, Licata inforca le “lenti cognitive” del fisico teorico – più precisamente, del fisico dei sistemi complessi. Si tratta di una scelta quasi obbligata: aziende, mercati e collet­tivi umani sono abitanti della terra di mezzo – e la terra di mezzo è il regno dei fenomeni complessi. Al nostro autore, però, piace remare per il verso contrario. L’adozione di questo punto di vista – che, in realtà, è più punti di vista diversi insieme – diviene una preziosa occasione per criticare dall’inter­no alcune applicazioni “selvagge” della complessologia all’analisi dei sistemi economici e alle politiche di mercato. […] Sappiamo che non esistono con­dizioni ideali di assoluto isolamento: un sistema, sia a livello di parti costi­tuenti sia a livello di interazioni con altri sistemi, è sempre immerso entro reti fluide di relazioni in cui i confini tra ciò che è interno al sistema e ciò che è esterno ad esso non sono rigidamente fissati. I confini o bordi del sistema sono, in altri termini, flessibili o, per così dire, con un alto grado di porosità. Le ideologie della competizione aziendale lavorano invece su descrizioni ipersemplificate dei bordi sistemici. Queste descrizioni rappresentano l’am­biente come qualcosa di completamente esterno all’azienda. Da qui l’idea – ampiamente corroborata dalla retorica dell’efficienza imprenditoriale – secondo cui esso costituisca soltanto un dominio di appropriazione, una “terra di conquista”: “[…] le campagne pubblicitarie massive e le forme occasionali di mecenatismo sono proprio i sintomi di un rapporto distoni­co con l’ambiente, come qualcosa di “esterno” che deve essere colonizzato o blandito, una sintonia non naturale”. […] Un testo come “Complessità” è più unico che raro. Nel giro di poco più di cento pagi­ne, esso offre una panoramica dettagliatissima degli argomenti-chiave di un importante dibattito epistemologico, impegnandosi, peraltro, a sviluppare, nel capitolo conclusivo, un esame articolato di alcune questioni che hanno una forte presa su aspetti fondamentali delle nostre forme di vita. L’indagine condotta sulle diverse forme di razionalità aziendale e l’analisi delle possibili conseguenze derivanti dall’applicazione di tali forme sull’or­ganizzazione del legame sociale costituiscono senza dubbio un’occasione preziosa di riflessione. D’altra parte, la critica alla mitologia del mercato autoregolantesi fa di “Complessità” un esempio intelligente di analisi militante che, pur adoperando metodi e categorie dell’epistemologia della complessità, assume una certa distanza critica muovendo obiezioni puntuali, non prive di una certa acredine polemica. Il quesito iniziale tuttavia non cessa di riproporsi alla mente del lettore. Su un punto ci sembra utile ritornare al fine di evitare fraintendimenti o pericolosi indebolimenti concettuali. Si potrebbe essere tentati di chiedere alla macchina argomentativa di “Complessità” di risolvere problemi che non spetta a questa risolvere. Dovrebbe essere abbastanza chiaro infatti che il sintetico interrogativo con cui si è aperto questo paragrafo di chiusura, cela domande ben più pressanti e aggressive. È legittimo chiedersi, per esempio, quali siano le concrete linee operative da seguire al fine di realizzare le circolarità virtuose individuate nei regimi di coopetition e nell’unità “azienda-ambiente” che è il principale artefice eco-sistemico di quei regimi. Si potrebbe continuare inoltre domandando in che modo sorprese, gap e mutamenti inattesi possano effettivamente costituire una fonte di ricchezza e di coesione sociale. La lista delle do­mande potrebbe, in altre parole, estendersi potenzialmente all’infinito e attestare alcune debolezze delle proposte avanzate nel testo. Ognuna di queste domande potrebbe avere più di una ragione a favore e non sarebbe difficile mostrare quali punti del saggio offrirebbero un facile appiglio alle critiche più serrate. Resta il fatto però che non esistono domande valide in astratto. La validità di una domanda – o, come forse sarebbe più corretto dire, la sua opportunità – va valutata contestualmente, ossia in relazione al destinatario. Se il destinatario non è quello giusto, la domanda, e gli scena­ri alternativi che essa implicitamente suggerisce, decadono. Credo che, nel caso particolare di cui ci stiamo occupando, il destinatario delle domande racchiuse nell’iniziale quesito d’apertura non sia la teoria politica. Spetta alla riflessione dei teorici della politica – e aggiungerei dell’eco­nomia – farsi carico di risposte adeguate e precise. […] Di una cosa però si può esser certi: quando si sanno porre le giuste domande, si è già a metà dell’opera. Forse non è molto, ma è pur sempre un ottimo punto di partenza. Buona lettura.