Se la ricerca non trova risposte

Un interessante approfondimento pubblicato dal New York Times rifletteva su un dato allarmante: solo il 3% dei medicinali oncologici testati tra il 2000 e il 2015 è stato poi effettivamente approvato e immesso sul mercato.

L’articolo ricorda che una ventina d’anni fa la lotta ai tumori sembrava prossima alla svolta: la scoperta di farmaci in grado di colpire solo le proteine prodotte dalle cellule tumorali necessarie alla loro sopravvivenza. Stop alla chemioterapia, allora, che distrugge tutte le cellule, tumorali e non: il primo farmaco sperimentato in tal senso fece miracolo sulla leucemia mieloide cronica. Ma poi nulla più.

Quali sono le ragioni di questo fallimento? Il New York Times trova la risposta in un articolo pubblicato su una rivista scientifica, Science Translational Medicine: si vuole colpire l’obiettivo sbagliato.

L’intuizione è di un team di ricercatori che, durante studi sul tumore al seno, hanno scoperto che proteine presumibilmente essenziali per la crescita del tumore erano in realtà sacrificabili; eppure, la crescita veniva bloccata dal farmaco che le perseguiva. Com’è possibile?

La risposta sta in un’errata selezione dei possibili pazienti responder, forse dovuta a strumenti ormai datati e non più affidabili. Le tecnologie oggi utilizzate, dicono i ricercatori del team, hanno un minimo di 5-10 anni, ma spesso si rivelano meno precise di quanto si crede.

L’intuizione, demoralizzante nell’immediato, potrebbe tuttavia gettare le basi per una nuova direzione della ricerca, ma impone forse anche una riflessione sulla medicina, sulle malattie e sulle nostre possibilità di debellarle.

Mirko Dražen Grmek
Mirko Dražen Grmek

Ci viene in aiuto Mirko Dražen Grmek, storico della medicina che nella propria biografia, Malattie in agguato, esprime l’audace convinzione che la medicina, in quanto applicazione pratica di conoscenze, non sia una scienza di per sé, ma debba essere piuttosto considerata una tecnica basata su altre scienze, come l’anatomia o la genetica.

È suo il concetto di patocenosi, “l’insieme qualitativamente e quantitativamente definito degli stati patologici presenti in una data popolazione in un certo momento”. La sua introduzione è stata fondamentale, e consente di comprendere, ad esempio, perché alcune malattie sembrano assenti o “dormienti” in alcune epoche e diventano epidemie in altre.

La morbilità, ovvero la frequenza percentuale di una malattia in una collettività, può infatti subire cambiamenti dovuti a fattori diversi: il rimescolamento delle popolazioni, il rapido mutamento della piramide delle età, l’apparizione di fattori patogeni nuovi, legati allo sviluppo tecnologico e alle modificazioni sociali. Anche la prevenzione e la cura efficace di certe malattie porta con sé il risveglio di altre.

La malaria, la lebbra e la tubercolosi, rispettivamente molto frequenti nell’età antica, nel Medioevo e nel XIX secolo, hanno lasciato il posto alle malattie neurodegenerative e al cancro, imputabili all’invecchiamento della popolazione.

Ancor più interessante la sua riflessione sulla diffusione dell’AIDS, che spiega scomodando Darwin: il virus originario, poco virulento perché poco diffuso, non avrebbe avuto interesse a uccidere il proprio portatore per non rischiare “l’auto-eliminazione”. La maggiore libertà dei rapporti sessuali, la diffusione delle droghe e un maggior ricorso alle trasfusioni hanno portato ad un aumento delle persone esposte e la selezione ha cominciato a favorire i ceppi virulenti.

Il libro offre spunti e riflessioni sul concetto di malattia che, secondo l’autore, non potrà mai cessare di esistere.

Per Grmek, la storia della medicina è soltanto una lotta per alleviarne il peso e procrastinare la morte. Non è possibile debellare le malattie, perché senza di esse, non esisterebbe la vita: la salute fisica e mentale dell’uomo passa anche attraverso l’accettazione di questa semplice e profonda certezza.