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Quando muore una stella

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Il Sole è così vicino, familiare, essenziale che spesso ci dimentichiamo che è una stella come tutte le altre e che – in quanto tale – è destinato a morire.

Si tratta di un evento talmente lontano nel tempo da non destare preoccupazione alcuna: al momento abbiamo ben altri problemi.

Ma quando sarà giunto al termine della sua vita, tra circa due miliardi di anni, il Sole si trasformerà in una gigante rossa e fagociterà i pianeti più vicini (noi compresi). Diventerà così grande da non riuscire più a trattenere i suoi strati esterni di polvere e gas, che formeranno un alone di luce che continuerà a risplendere per migliaia di anni prima di spegnersi del tutto.

È il destino di tutte le stelle come la nostra, questo finale splendente: ma quello del Sole, per noi la stella più importante dell’universo, passerà del tutto inosservato nell’immensità dello spazio infinito.

La Via Lattea – la nostra Galassia – è infatti costellata di migliaia di stelle simili al Sole che sono già, diciamo così, “in agonia”. Si tratta delle cosiddette nebulose planetarie, ovvero un involucro di gas incandescente in espansione espulso da alcune stelle nelle fase finale della loro vita, tipiche delle stelle di medie dimensioni, quelle cioè con una massa che può variare dalla metà a otto volte quella del Sole. Le stelle più grandi hanno infatti una fine più gloriosa e più violenta, esplodendo in una supernova.

Eppure le nebulose planetarie, che nulla hanno a che fare con i pianeti, sono piccoli gioielli che risplendono nell’oscurità cosmica in forme diverse e originali, tanto da far guadagnare loro nomi fantasiosi e accattivanti come “occhi di gatto”, “fetta di limone” o “farfalla”.

Oggetti misteriosi

Nonostante la nostra galassia contenga miliardi e miliardi di stelle medio-piccole come il Sole, le nebulose planetarie restano oggetti misteriosi che gli astronomi di tutto il mondo fanno fatica a comprendere. Sono proprio le forme stravaganti e sempre diverse da esse assunte che lasciano perplessi gli scienziati.

Tuttavia, grazie ai modelli computerizzati e ai moderni strumenti di osservazione del cosmo, la spiegazione a cui si è giunti è che gran parte delle giganti rosse hanno una “compagna”, una stella più piccola che si nasconde nel loro campo gravitazionale e che ne definisce la trasformazione in una nebulosa planetaria.

Fino all’avvento del telescopio spaziale Hubble, lanciato in orbita nel 1990, si è ritenuto che la formazione delle nebulose planetarie coinvolgesse una singola stella che, perdendo rapidamente massa al termine della propria vita, provoca pulsazioni dei suoi strati più esterni di gas creando un vento stellare forte come l’esplosione di un razzo.

La stella collassa poi in una nana bianca che illumina i gas sfuggiti brillando in una nebulosa planetaria. Ma Hubble, che le ha osservate da vicino, ha evidenziato che le giganti rosse non sono sferiche, ma presentano invece bizzarre asimmetrie con lobi, ali e altre strutture intorno all’asse principale della stella.

Coppie inseparabili

Una delle possibili teorie dietro a questa struttura è proprio la presenza di un’altra stella, più piccola e spesso anche molto lontana: ciò spiegherebbe perfettamente le prime fasi della metamorfosi delle stelle morenti.

Questa seconda stella attirerebbe infatti la polvere e i gas sfuggiti dalla massa della stella primaria senza però esserne fagocitata, iniziando la fase poliforme e brillante che caratterizza le nebulose planetarie.

Negli ultimi 15 anni le innovazioni che hanno investito l’osservazione dello spazio hanno prodotto immagini che sembrano confermare questa teoria. In un paio di casi, gli astronomi pensano di aver scovato la stella nascosta, la compagna silenziosa destinata a condividerne la fine passando letteralmente “inosservata”.

E il nostro Sole? Stando ai dati raccolti è quasi certamente una stella solitaria, cosa che dovrebbe garantirle una maggiore longevità. La stella compagna infatti accelera la velocità di perdita della massa, soprattutto se è molto vicina. “Si sta meglio senza marito,” dicevano le nostre nonne guardando con invidia le sorelle zitelle… A quanto pare, anche per le stelle “single è meglio”.