Le parole profetiche di Giordano Bruno

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I libri e il pensiero di Giordano Bruno

“Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo Zodiaco”.

Sembra Shakespeare e invece è Giordano Bruno. Anche se, non è un mistero, l’inglese e il nolano si conobbero e di quell’incontro – che molto influenzò il drammaturgo – si trova traccia in Pene d’amor perduto, ma anche in quel di Amleto: “Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, che non sogni la tua filosofia”.

Di Giordano Bruno si è sempre discussa l’eresia, cosa che ha fatto passare in secondo piano, nei secoli, l’importanza scientifica del suo pensiero, dal carattere profetico oltre che avveniristico.

Pochi sanno che le teorie astronomiche del nolano – contemporanee alla rivoluzione di Copernico – erano ben più lungimiranti e fondate del “semplice” dibattito sulla centralità del Sole o della Terra.

De l’infinito universo et Mondi è il dialogo filosofico – il terzo, dopo La cena de le ceneri e De la causa, principio et uno – che meglio ne descrive la portata. Vi si discute il rapporto logico e teologico tra Dio e l’universo, per Giordano Bruno infinito (a differenza del modello aristotelico vigente che reputava l’universo finito). Il vero problema, per il monaco in odore di eresia, non era chi fosse al centro del cosmo (la tolemaica Terra o il copernicano Sole), bensì il concetto stesso di “centro”, che in un universo infinito suona come un assurdo logico. Si badi bene che nemmeno Copernico aveva osato stravolgere la teoria della finitezza dell’universo, delle sfere concentriche e delle stelle fisse, di tolemaica eredità. Secondo Bruno, invece, la forma sferica era un’ipotesi inutile e le stelle fisse una teoria contro natura.

Composto da cinque dialoghi più la dedica, De l’infinito universo et Mondi sradica l’ipotesi del motore immobile, presunta causa del dinamismo di tutte le cose, e annuncia nuovi e altri mondi. Secondo Bruno – udite, udite – non siamo soli nell’universo.

Parte del pensiero di Giordano Bruno è fondata primariamente sulla filosofia, prima ancora che sulle osservazioni scientifiche, ma non per questo perde in credibilità (tutt’altro): l’universo è infinito perché la logica lo rende tale, altrimenti – se fosse finito – in cosa sarebbe contenuto? Essendo privo di contenitore (o per dirla aristotelicamente: di “luogo contenente”), dunque, non può che essere illimitato, sia nello spazio sia nel tempo. Ci ritroviamo così a inseguire – in un interminabile viaggio della mente – la freccia scoccata dal filosofo e poeta Lucrezio, nel De rerum natura, in attesa che qualcosa la fermi. Lucrezio credeva che a fermarla sarebbe stato il confine del visibile, ma Giordano Bruno è convinto di poterla far viaggiare in eterno, sue le parole: “L’uomo non ha limiti e quando se ne renderà conto, sarà libero anche qui, in questo mondo”.

La parte teologica, quella che gli sarà causa di inquisizione, dice invece che atto e potenza coincidono in Dio e, dunque, un essere infinito non può che esser causa di effetti a loro volta infiniti.

Gli argomenti che furono oggetto di inquisizione sono proprio quelli legati all’infinità dell’universo, in quanto “creato” di un essere infinito. Sebbene Bruno abbia sottolineato come la proprietà dell’essere infinito non si estenda alle sue singole parti, egli riconosce all’uomo-creatura una potenziale e illimitata possibilità espressiva, al pari di qualsiasi forma della materia. Già nel De la causa, scriveva: “L’atomo è immenso”. Il dominio della materia è infinito e quello del pensiero ancor più grande: “Non è la materia che genera il pensiero, è il pensiero che genera la materia”. L’uomo è infinitamente libero: “Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi”, scriveva. Il tempo è eterno. Ed è la natura stessa che consente alle cose la comunione con Dio e con la sua infinitezza.

C’è una chiara impronta di matrice panteista (e relativista, nella misura in cui l’uomo è che una delle tante espressioni del creato), che certo non poteva piacere alla Chiesa, soprattutto perché in chiara contrapposizione con la Genesi. Ma che Giordano Bruno non fosse poi così portato per l’osservanza teologica lo confessò lui stesso, al suo processo, quando ammise di esser diventato monaco domenicano spinto unicamente dalla opportunità di studiare la filosofia, e non già da vocazione religiosa.

Primo a riconoscere – senza mai aver usato un telescopio – che le comete (al tempo ritenute fenomeno meteorologico) in realtà sono stelle, il nolano ha sempre avuto a cuore la verità più della fede. Risale alla sua adolescenza l’insegnamento a non basarsi “esclusivamente sul giudizio dei sensi” (De immenso): dopo aver trascorso ore della sua infanzia a fissare il Vesuvio, che credeva confine del mondo, scoprì a 14 anni – scalandolo – che lo sguardo può ingannare.

Da allora ha sempre confidato nella scienza e nella logica. Il naturalismo del domenicano sarà il suo più grave “peccato”: un misto di materialismo, averroismo, lullismo, ermetismo, neoplatonismo, cabala e scienza copernicana, ma portato molto ben oltre i suoi presupposti, fino al cuore della moderna cosmologia. Con un ammonimento: “Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo”.

Bibliografia essenziale:

Giordano Bruno

Guido del Giudice