Dinamiche della crisi di coppia e manipolazione mentale

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Le dinamiche della crisi di coppia

«Robert Neuburger, dice che la colpevolizzazione è divenuta la manifestazione principale della crisi di una coppia. In che cosa questa è una novità?

In passato, c’erano altre «tecniche» per rimproverare il proprio coniuge. Anche la vergogna era un potente motore: si «faceva vergognare» l’altro o la famiglia. C’era sempre un contesto sociale estremamente forte e molto attento: i genitori, la comunità, il paese…

«Uno dei motivi principali per cui la gente viene in terapia è che si sentono intrappolati in una catena di recriminazioni e di colpevolezza che mina la coppia»

Ma si può vivere in coppia senza colpevolizzare l’altro?

Molte coppie vivono con i loro diversi gradi di colpevolezza e di colpevolizzazione. Ma tutto s’inasprisce quando c’è qualche problema. Tanto che gli psicologi hanno detto e ripetuto alle persone: «Bisogna dialogare». Ma, in fin dei conti, il dialogo consiste nel rimproverarsi a viso aperto. Improvvisamente, il famoso dialogo viene spesso compreso dall’altro come un rimprovero, un tentativo di colpevolizzazione, un rifiuto della responsabilità della crisi.

Come facciamo?

Robert Neuburger ha messo in evidenza tre «tecniche». La più nota è quella che s’ispira al padre, che prende origine da Edipo: «Voglio uccidere mio padre per avere mia madre, ma non ne ho il diritto.» È una colpevolizzazione che si esercita attraverso la legge comune, il diritto, la norma. Se non rispettate questa norma, sarete puniti per mano di un’autorità superiore: la legge, la morale, la scuola, la scienza, la religione, ecc.

Un altro modo di colpevolizzare è l’oggetto di molte battute sulle madri ebree, che funzionano con la minaccia di smettere di amare i figli e sulle molle del sacrificio.

Attenzione! La colpevolizzazione paterna non è riservata agli uomini, né quella materna alle donne. Così, alcune di esse, allevate sul modello della colpevolizzazione paterna, saranno abbastanza forti da utilizzarla nei confronti del proprio coniuge.

Viene infine quella fraterna. Nasce più tardi, quando il bambino raggiunge i 5-6 anni, età in cui comprende la nozione di gruppo. Questa modalità rimanda a una colpevolezza nata dalla mancanza di solidarietà o di lealtà.

Il nostro modo di colpevolizzare l’altro viene dal modo in cui noi lo siamo stati?

Vi sono forti possibilità che si applichi all’altro ciò che si è subito nell’infanzia. Chi è stato molto colpevolizzato, ad esempio in maniera materna, avrà la tendenza a utilizzare quest’arma. Al contrario, difficilmente accetterà che l’altro utilizzi questo modo di fare nei propri riguardi, perché questo lo riporta ad una posizione infantile.

La colpevolizzazione è un’arma pericolosa perché in essa perdiamo la nostra posizione di adulto per ritrovarci in quella di bambino che si fa sgridare da mamma o da papà. Anche per questo nuoce molto rapidamente alla vita sessuale delle persone: in essa perdiamo tutta l’identità di essere sessuato e adulto che l’amore ci ha portato.

La colpevolizzazione è una forma di manipolazione?

In ogni caso, ciò che esprime non è per forza in rapporto con la vera sofferenza. Per pudore, per paura di esporsi troppo o di affrontare un soggetto troppo delicato, il vero oggetto del rimprovero non compare. Parlare di solidarietà permette di non parlare d’amore. Dire: «Non potresti metterti a posto i calzini?» è meno pericoloso che dire: «Mi ami ancora? »

Uno dei motivi principali per cui la gente va in terapia è che si sentono intrappolati in una catena di recriminazioni e di colpevolezza che mina la coppia. Con il rischio di entrare nella spirale infernale della colpevolizzazione reciproca, del: «Tu mi rimproveri di colpevolizzarti per meglio colpevolizzarmi».

Con, ad esempio, questo genere di scambio: «Tu dovresti fare attenzione a mangiare meno grasso, ti sei ingrassato.» «Credi di aiutarmi colpevolizzandomi? Se mangio è perché non sto bene…» Sottinteso: «… per colpa tua.» Non riescono più a trovare una via d’uscita perché ogni discorso viene interpretato come un tentativo di rimprovero. Il: «Passami il sale» subito diventa: «Pensi che la zuppa non sia abbastanza saporita?» Ma il sale e la zuppa sono ben lontani dall’essere i nodi del problemi.

Come uscirne?

Prima di tutto, occorre capire come agisce l’altro e prendere le distanze. Perché, in lui come in noi, questo meccanismo non è conscio. Successivamente, occorre capire se siamo noi stessi nella fase di colpevolizzazione e domandarci se possiamo parteciparvi in maniera diversa. L’importante è uscire dagli automatismi del rimprovero e prendere coscienza degli atteggiamenti automatici. È già un passo enorme. In seguito, l’unico segreto è prendere le cose con umorismo. E questo è un consiglio che va ben oltre il nostro argomento.»