Avvertenze per l’uso: leggere e scrivere creano indipendenza

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I ragazzi non sanno scrivere

È notizia di questo millennio che i giovani non sanno l’italiano: ormai abituati a esprimersi per emoticon (faccette) e acronimi (sigle), velocissimi a digitare su tablet e smartphone, pare che le abilità motorie delle dita abbiano soppiantato quelle dei neuroni dell’area di Broca (area del cervello che permette l’uso del linguaggio articolato).

D’altronde perché sorprendersi? Siamo nell’età del virtuale che – dopo le archeologiche età della pietra, del ferro, dell’oro etc. – ha soppiantato il fare col pensare e il dire col digitare. E si sa, l’uomo è animale dalle immense potenzialità, ma pigro: se gli si offre il risparmio energetico del neurone, ci sta.

Non occorre più leggere libri o giornali, sforzarsi di articolare frasi e pensieri, per sapere come va il mondo – o almeno quella porzione di mondo che è la zona di sicurezza delle nostre consuetudini – basta leggere un tweet o un post, esprimere l’apprezzamento di un like o commentare a propria volta con 140 caratteri in successione anche casuale (ma per i più loquaci e ardimentosi c’è anche l’opzione per arrivare a 1000 caratteri), per avere la rassicurante sensazione di essere in contatto, al centro di “qualcosa”, insieme a qualcun altro.

Lo so, ho trent’anni e gli stessi pregiudizi di mio nonno.

Il fatto è che quando prendo la linea Roma-Civita Castellana-Viterbo per andare al lavoro e un ragazzo di quindici anni mi fissa e mi chiede “ma esattamente cosa si prova a leggere?”, non posso fare a meno di pensare che siamo nemici, perché su fronti avversi dell’esistenza.

Lui non capisce il mio leggere, io non capisco il suo non leggere.

E sono certa che se la domanda me la scrivesse, invece di farmela a voce, sarebbe scritta così: “ma esattamente cosa si prova ha leggere?” Perché se non leggi, è inevitabile, non impari neanche a scrivere.

Cerco di fare esperimento antropologico di pazienza. Intanto perché mi disturba mentre leggo “Il Maestro e Margherita”, che sono quasi alla fine e, se lui non mi interrompesse, lo finirei prima di arrivare a destinazione. Poi perché davvero mi chiedo che esperienza sia, la vita, senza leggere libri.

Ok, provo a spiegarglielo. Ma come faccio a spiegargli la bellezza di leggere?

Leggere è una droga, di quelle che creano stati esilaranti, dalla definizione di gas esilarante: il protossido d’azoto, se inalato in modica quantità, crea una piacevole eccitazione. Ecco, leggere mi crea la stessa sensazione ma a differenza di una droga, che crea dipendenza, la lettura mi crea indipendenza: di pensiero, d’azione, di vita. Ogni libro è un’alternativa di vita possibile, una scelta in più che potrei fare.

È come farsi raccontare tutte le vite del mondo e poi scegliere quella che più mi piace. O come fare il giro del mondo solo per decidere dove trasferirmi a vivere. Ed è meno dispendioso: sia di una droga, sia di un viaggio intorno al mondo.

Nel 1550 a Timbuctù (che è un posto che sta in Africa e all’epoca andava tanto di moda, come oggi Formentera), la ricchezza di un uomo veniva valutata in base al numero dei suoi libri e dei cavalli nella sua scuderia. Oggi per essere ricchi ci vogliono molte più cose: gadget, si chiamano. Cose in genere colorate, preziose e dispendiose, la maggior parte delle quali finisce nella spazzatura in capo a un anno. A essere ricchi oggi, si è molto più poveri che a Timbuctù, ma nessuno se ne è accorto.

Diceva Umberto Eco (uno che scriveva libri fino a poco tempo fa) che:

“chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è una immortalità all’indietro”.

Bello, ma poi mi chiedo, a questo extraterrestre quindicenne che non sa neanche chi sia Umberto Eco, che gliene importa? Lui le sue vite possibili e alternative se le gioca alla play-station e tutto quello che gli interessa è la moretta della porta accanto che non ha risposto al suo ultimo sms, chissà poi perché.

Vorrei trovare qualcosa di significativo da dirgli. Qualcosa di veramente convincente, che lo colpisca, che gli risuoni dentro, che lo lasci con un dubbio, se non una riflessione. Ma cos’è che lo smuove, che lo entusiasma, che lo emoziona. Io non so niente del suo mondo e lui non ha alcuna curiosità per il mio, che anagraficamente è già “il mondo degli adulti”.

Vorrei dirgli, come Montesquieu (un altro che scriveva libri), che “non ho avuto mai un dolore che un’ora di lettura non abbia dissipato”. Ma lui, se ha un dolore, scrive un post e si fa consolare dai like degli amici.

Allora penso che potrei stupirlo con il mistero e l’avventura, come Calvino: “Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà”. Ma lui fa cose molto più divertenti e avventurose con i suoi compagni di scorribande: fa parte dell’essere giovani divertirsi anche con poco.

Potrei giocare sul sentimento dell’amicizia, come diceva Salinger: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Ma a quindici anni, da che mondo è mondo, se leggi libri vuol dire che non hai amici, che sei un solitario o uno “sfigato”.

Potrei giocarmela sull’ideale, la libertà, la ricchezza interiore – come diceva Gianni Rodari (scrittore per le scuole medie dei miei tempi): “Vorrei che tutti leggessero. Non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo” – ma poi mi rendo conto che l’unica cosa assolutamente vera che un ragazzo di quindici anni può capire è che “il verbo leggere non sopporta l’imperativo” (lo diceva sempre Rodari).

È inutile spiegargli perché deve o dovrebbe leggere.

Riempite la sua casa e la sua scuola di libri. Fate in modo che a ogni angolo di strada veda gente che legge, in metropolitana, al bar, al parco dove va quando fa “sega” a scuola. Mettete i libri nelle sale giochi, nei fast food, nelle discoteche. Abituateli a considerare il libro un oggetto consueto. E vedrete che prima o poi una ragione per leggere la troverà da solo.

Io, intanto, mi consolo con quello che scriveva Virginia Woolf: “Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine”.

Francesca Garofoli