Vintage psicoanalitico: Uno dei primi studi psicoanalitici sull’omosessualità

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Lettura storica dell'omosessualità

L’omosessualità entra a far parte della psicoanalisi nel 1905, con i Tre saggi sulla teoria sessuale di Sigmund Freud – testo poi ampliato e rivisto nel 1914 – ma vi entra solo marginalmente, come una delle tante perversioni. Forse la meno rilevante, visto che lo stesso Freud riteneva la bisessualità una condizione indistinta, propria dell’età infantile e comune a tutti gli esseri umani.

Il problema, dunque, per Freud, non è ab origine ma subentra con l’età matura, quando l’omosessualità diventa sintomo di un complesso edipico irrisolto. C’è da dire, però, che per Freud la sessualità tutta – eterodiretta e omoerotica – era un “problema”.

Dopo questa breve apparizione, la questione omosessuale viene totalmente dimenticata, per riapparire negli anni ’50-’60, quando i circoli psicoanalitici statunitensi, in un contesto fortemente omofobico, diventano paladini di una “naturale e costitutiva eterosessualità” e, di conseguenza, trasformano l’omosessualità in una patologia derivante dalla paura della castrazione.

Comincia l’odissea delle “conversioni”: analisti più o meno quotati tentano di convincere i loro pazienti omosessuali a riconvertirsi in etero. Tale rimarrà la situazione, immutata, per tutti gli anni Settanta.

Perversione e musicalità di Imre Hermann esula totalmente dal contesto e dalle teorie preesistenti. Giunge inaspettata e, da principio, inosservata, con un approccio unico nel suo genere. L’opera postuma di Imre Hermann – figura di spicco della Scuola psicoanalitica di Budapest, insieme a Sándor Ferenczi e Michael Bálint – anticipa e di molto le ben più tarde concezioni multidisciplinari.

Per capirne la portata storica, bisogna ricostruire la genesi delle ricerche di Hermann sulle perversioni e sull’omosessualità. Il primo scritto sul tema è del 1970: Perversion und Hörwelt (Perversione e mondo uditivo). È un tentativo, unico e originale, di ricollegare la sollecitazione uditiva a talune fantasie sessuali: soma e psiche, l’impronta tipica di Hermann.

Si tratta di una caratteristica propria di tutta la sua opera: la capacità di legare, e ancor prima di immaginare legami tra aspetti differenti dell’umano, dalla psiche al biologico. Molto si deve alla formazione dell’autore, che nasce matematico, si laurea in medicina e muore psicoanalista. Nel mezzo, studi di biologia, paleontologia ed etnologia. Inaugurerà, in ambito psicoanalitico, un approccio scientifico-culturale con largo anticipo su John Bowlby e Margaret Mahler.

Come diceva la sua collega Lilian Rooter, Hermann “possiede la mirabile caratteristica del ricercatore… lavorare durante i terremoti, lavorare nell’isolamento, lavorare nel silenzio, senza eco”. Nicolas Abraham, lo psicoanalista francese, lo soprannominò “l’eremita di Buda”.

Una solitudine in verità non voluta: Hermann ha fatto di necessità virtù. In Ungheria, infatti, la psicoanalisi si trovò a dover fare i conti prima con il Nazismo – che ne perseguitava gli “adepti”, in quanto cultori di una disciplina di origine semita – e poi con il Soviet, che nel 1949 la mise totalmente al bando, per via della sua connaturata sospettosità verso tutto ciò che ha il potere di influenzare le menti. Hermann e la sua scuola ungherese hanno continuato a operare in clandestinità, da allora fino alla caduta della Cortina di ferro, alla fine degli anni Ottanta.

In questo clima, procurarsi studi e ricerche dalla “progressista” America era un’impresa a dir poco “pericolosa”, forse ancor più che pubblicare articoli o saggi di psicoanalisi; si rischiava l’accusa di spionaggio. Eppure il saggio di Hermann su Perversione e musicalità vanta una bibliografia che, in alcune sue parti, ancora oggi è avanguardia pura.

Ricordiamo che dopo una primissima ricerca di Evelyn Hooker – The adjustment of the male overt homosexual – nel 1957, che aveva di fatto aperto il dibattito scientifico sull’omosessualità, sostenendo che non vi era nessuna differenza psicologica tra omosessuali ed eterosessuali, le pubblicazioni successive risalgono alla metà degli anni ’70.

Il DSM, il manuale diagnostico ovvero la Bibbia americana dei disturbi psichiatrici, contemplava la voce “omosessualità” fino al 1974; poi rimase solo la dicitura “omosessualità ego-distonica” (ovvero l’omosessuale che non si accetta in quanto tale) fino al 1990. La prima edizione del DSM senza più nessun riferimento all’omosessualità è del 1994.

L’APA (American Psychological Association) si è rifiutata di depennare l’omosessualità dalle patologie previste nel suo manuale fino al 1987.

In questo contesto, in cui il mainstream politico e scientifico cercava invano prove di una base organica delle preferenze sessuali, Hermann inizia a fare ricerca dove gli altri si fermano: davanti al pregiudizio. Come già prima di allora in Az antiszemitizmus lélektana (Psicologia dell’antisemitismo), testo pubblicato nel 1945, ma scritto dal “vivo” tra il 1943 e il 1944, in cui l’autore rintraccia le radici del razzismo nella paranoia e descrive la dimensione collettiva della funzione di scelta: chi sceglie, e come, il fantasma da perseguitare collettivamente? Secondo Hermann, la risposta è già presente in Aristotele, nell’assioma del “terzo escluso”, che sarebbe anche alla base dell’incesto e di qualsiasi relazione amorosa.

Anche nel caso di Perversione e musicalità gli studi di Hermann seguono una direzione originale e, per l’epoca, addirittura avveniristica: rintracciano comportamenti ed eziologie, attingono alla biologia, all’etologia, alla psicoanalisi e all’arte. Sono continui gli sconfinamenti nell’osservazione comportamentale dei primati, oltre che nella psicologia della musica. Per Hermann è fondamentale che psicologia e necessità biologico-organica si corrispondano.

Ricordiamo che proprio con questo spirito Hermann sarà il primo – persino prima dell’etologo Konrad Lorenz – a scoprire “l’istinto di aggrappamento”, che accomuna il cucciolo d’uomo ai primati e si ripropone nel transfert psicoanalitico e nel complesso di Edipo – a detta di Hermann – come primo istinto vitale. Aggrapparsi alla madre, come fonte di vita e alimento: capacità che presuppone mani per aggrapparsi e peluria a cui aggrapparsi (ragione per cui i neonati, in maniera filogeneticamente determinata, cercano sempre di aggrapparsi ai capelli della madre).

Quello che troviamo in questo libro è un autore maturo, che ha sviluppato e sfruttato al meglio le sue qualità di onnivoro culturale: dai primissimi scritti psico-matematici, poi convogliati nella raccolta Parallélismes (1927-1965) – in cui si propone il parallelismo tra logica matematica e psicoanalisi, ma anche l’intrinseco totemismo animale della teoria darwiniana – fino agli scritti sulla psicologia del pensiero e del talento, sulla psicologia della scoperta scientifica e sulla psicopatologia.
Una lettura vintage, ma assolutamente unica, nel panorama della psicoanalisi classica.