Se ti do un nome, ti faccio esistere

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La sindrome degli antenati

Mentre leggevo il libro La sindrome degli antenati della Schuetzenberger, ho cominciato a riflettere sull’importanza dell’avere un nome. Tutti gli oggetti che conosciamo hanno un nome e quando si fa una scoperta, un’invenzione, credo che una delle prime cose che venga in mente, sia trovare un nome.

Mettere insieme delle lettere e attribuire un nome è come se avesse un potere magico, il potere di far esistere le cose, di creare, di renderle reali. A chi nella pratica clinica non son capitati pazienti che non volevano nominare un sentimento, perché questo lo avrebbe reso reale e ci si sarebbero dovuti confrontare?

A chi non è capitato di provare un senso di fastidio quando non si trovano le parole (o la parola!) per descrivere un sentimento, una sensazione? Poi mi è tornato alla mente che mentre studiavo per un esame, nel testo di turno c’era scritto che esistono molti più concetti, di quelli a cui siamo riusciti effettivamente ad attribuire un nome.

A pensarci bene è proprio così, ma per fortuna ci sono le altre lingue che ci vengono in aiuto.

Ah! che magnifica sensazione ho provato quando sono venuta a conoscenza del termine dialettale annigghio. Come descrive bene questo termine il senso di oppressione che si prova quando ci si sente circondati da tanti stimoli/cose e non ci si raccapezza. Che bello poter dire che ci si sente raminghi: senza una meta precisa. Il vuoto di termini di una lingua può essere compensato dalle altre lingue. Come avviene con i termini inglesi solitude e lonelyness.

Nel testo della Schuetzenberger si parla di come il nome di battesimo sia fondante dell’identità dell’individuo. Il cognome non si può scegliere, ma il nome si. Può riflettere una tradizione familiare, una scelta religiosa, dovuta alla moda, o il tentativo di aprire i confini e rompere con la tradizione. Si può decidere un nome che piaccia e basta o di un parente deceduto. Talvolta il nome di una persone è indicativo della sua provenienza, delle sue origini. Per esempio i nomi religiosi sono più diffusi nel sud Italia.

Il solo nome di battesimo ci dà già delle informazioni sulla nostra famiglia o su chi lo sceglie. Il nome è la prima eredità che riceviamo. La prima parola del nostro romanzo familiare. Il nome è una delle basi dell’identità, ci ricorda la Schuetzenberger. Chiedere a una persona come mai si chiama così, diventa un ottimo punto di partenza per la ricostruzione biografica della sua famiglia. La ricostruzione della propria identità sia in termini genealogici, sia psicologici è un’operazione complicata, ma nel suo libro si trova l’esplicazione di come farla elaborando insieme al paziente un genosociogramma. Forse gli psicologi avran già sentito parlare e usato il genogramma.

Per i non addetti ai lavori, il genogramma si fa partendo dal nome del paziente e mettendoci intorno i nomi di persone e animali significativi per il paziente, indicando con delle frecce il tipo di relazione che intercorre tra il paziente e gli altri e inserendo le date principali della sua vita. La sola realizzazione grafica può già dare delle indicazioni sul tipo di personalità della persona.

Il genosociogramma va oltre. E’ un vero e proprio albero genealogico (a cui si possono anche aggiungere le persone extrafamiliari importanti per il paziente), dove vengono annotati gli avvenimenti significativi di tutti e le date in cui sono accaduti. Facendo così l’autrice ha scoperto che i segreti di famiglia e/o i non detti, malattie, incidenti e sciagure varie, non si riscontravano solo nella vita del paziente, ma che erano presenti anche nelle vite dei suoi antenati.

Ciò che i suoi predecessori non avevano risolto nelle loro vite, veniva come lasciato in eredità ai posteri, che si trovavano così ad affrontare i loro traumi irrisolti. La Schuetzenberger comincia il suo libro descrivendo i presupposti teorici alla base del genosociogramma e delle sue scoperte, e accompagna per mano il lettore attraverso Sindromi da anniversario, Doppie sindromi da anniversario, Venti di proiettili, Incesti genealogici. Man mano che si procede, si passa da un testo didattico a un romanzo avvincente, che rende veloce la lettura.

Rimane un grande quesito irrisolto. Come avviene questa trasmissione tra le generazioni?

C. G. Jung riteneva che esistesse una eredità psichica. E se fosse così? E se oltre al patrimonio genetico, ci venisse passato anche un patrimonio psichico?

Pensando a questa ipotesi la prima sensazione è che si esca dai “fatti” scientifici, ma effettivamente potrebbe anche non essere campata in aria. Poi penso al nome che abbiamo dato a nostro figlio Rossano. Due anni prima che nascesse ho sognato che sarei rimasta incinta, che sarebbe stato maschio e che il suo nome sarebbe stato Rossano. Chissà come interpreterebbe la Schuetzenberger il fatto che Rossano si chiama così, a causa di un sogno premonitore?

Dr.ssa Luigina Pugno
(Associazione ECO)