La sindrome degli antenati

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La sindrome degli antenati

Vi chiederete il perché della recensione di un libro che ormai appartiene ai classici della letteratura psicodrammatica. Potrebbe essere sufficiente affermare la fama internazionale della sua autrice, Anne Ancelin Schützenberger, la cui opera negli ultimi anni è stata pubblicata e ristampata in Italia da Di Renzo Editore. Si potrebbe inoltre fare riferimento alla sua presenza lo scorso anno a Roma durante l’ultimo Congresso dello I.A.G.P.: chi era presente ricorderà la conduzione psicodrammatica del protagonista durante il suo ultimo workshop.

Una direttività, una materna presa in carico del protagonista, un rigore deontologico – direi – paterno, da parte di una professionista ultranovantenne, quasi cieca e con deficit di deambulazione, che hanno letteralmente smosso gli animi e le menti pensanti di tutti i presenti, psicodrammatisti e non!

Si potrebbe anche menzionare l’interesse recente della comunità psicodrammatica italiana rispetto ai temi del coinconscio e del transgenerazionale (si pensi ai workshop condotti da Manuela Maciel organizzati a Milano negli ultimi anni dall’AlPsiM e dall’Associazione Metodi Attivi).

Infine non possiamo non citare anche il rilievo internazionale che il transgenerazionale sta avendo: nel mese di ottobre del 2010 c’è stata la Prima Conferenza sul Transgenerazionale a Lisbona organizzata da allievi della Schützenberger, Manuela Maciel e Leandra Perrotta, e da Mark Wentworth, inventore della tecnica dell’ausiliario in incognito.

Nel testo preso in esame l’autrice, partendo dalla sua esperienza professionale, presenta l’efficacia clinica della psicoterapia transgenerazionale – a onor del vero non supportata da una evidenza scientifica (ma credo spetti alle nuove generazioni di colleghi lavorare per questo scopo). È tuttavia sorprendente leggere le descrizioni che ha fatto nel corso dei suoi trattamenti che narrano di associazioni tra le vite dei soggetti presi in carico e dei loro antenati, anche di personaggi illustri, sino a giungere anche alla settima generazione.

La scelta fondazionale della Schützenberger è quella di concepire l’identità dell’individuo come costrutto a partire dalla storia propria di ciascuno, che è fatta di storia familiare così come di storia personale nonché di appartenenze ad un contesto storico-sociale-economico. Scopriamo così i concetti di lealtà invisibili e di sindrome dell’anniversario, che non sono altro che la testimonianza dell’esistenza della trasmissione generazionale. La raccolta di tali informazioni, che diventa allo stesso tempo un esame anamnestico e un primo disvelamento del mondo interno del paziente, avviene grazie alla tecnica del genosociogramma, di cui il testo è ricco di esempi.

Per gli psicodrammatisti tale testo può essere assai utile nella pratica clinica in quanto è come se, all’interno della “cornice” psicoterapeutica, il genosociogramma rappresentasse la dimensione psicodiagnostica: attraverso la comprensione delle dinamiche familiari e degli investimenti affettivi verso gli altri significativi dell’atomo sociale familiare e attraverso la raccolta – direi anamnestica – di tutti quelle informazioni utili per cogliere quegli elementi della storia personale dell’individuo, lo psicoterapeuta a orientamento psicodrammatico può dare forma ad un’iniziale diagnosi che lo può orientare nel lavoro trattamentale successivo attraverso lo psicodramma.

La comunità degli psicodrammatisti è ritenuta – sia da colleghi di altri orientamenti sia dagli psicodrammatisti stessi – una fucina di uomini di azione, poco avvezzi a rendere pensiero e comunicazione il proprio operato. La nostra rivista, Psicodramma Classico, esiste anche per sfatare questo luogo comune. E credo che riscoprire i cosiddetti classici della letteratura psicodrammatica possa servire alla stessa causa.

(Psicodramma Classico)
Ivan Fossati