Colpevolizzare significa: Non è colpa mia, sono gli altri che…

Pubblicato il
Perché colpevolizziamo gli altri?

È solo sfortuna. Il mondo è ingiusto. Perché è così difficile addomesticare la nostra colpevolezza? Forse perché è un fardello troppo pesante? Perché Colpevolizzare?

Apolline, 5 anni, versa un bicchiere di latte sul tavolo. “Non è colpa mia!”, esclama. No, è stato suo fratello, dall’altro capo del tavolo. Siamo stati noi che, parlandole, l’abbiamo distratta. È colpa del bicchiere che è instabile, del tavolo traballante, del raggio di sole che abbaglia la cucina. Ha 5 anni, appare logico che tenga alla propria innocenza. Solo che noi, ormai da tempo adulti e vaccinati, ci comportiamo allo stesso modo.

Non è colpa nostra, è stato l’altro, il mondo, le circostanze, è colpa della sfortuna o di Voltaire. Per lo psichiatra e psicoanalista Robert Neuburger (autore di L’arte di colpevolizzare, Di Renzo Editore), “il modo migliore di sbarazzarsi della colpevolezza è ancora quello di farla cadere sull’esterno”.

Sarà, ma perché ci è così difficile addomesticare questo sentimento quando, bene o male, sappiamo gestire la rabbia o la tristezza? “Queste due emozioni non provocano vergogna,” spiega Virginie Megglé, psicoanalista. “Possiamo liberarcene piangendo o gridando.” La colpevolezza, invece, resta lì. Solo che è un fardello troppo pesante da portare.

Non vogliamo rimetterci in discussione

La colpevolezza ci rende fragili. “Tutto a un tratto, siamo colti in fallo,” sottolinea Robert Neuburger. “L’immagine di sé viene alterata”. Abbiamo tutti una rappresentazione idealizzata di noi stessi. Ed ecco che una colpa, reale o presunta, rovina tutto. “Assumersi la propria responsabilità significa rimettersi in discussione,” constata la psicologa Lisa Letessier, “e questo capovolge il senso d’identità. Delusi da noi stessi, siamo in squilibrio.” Di contro, se è stato il vicino, la nostra stima di sé resta intatta. È un’economia di pensieri dolorosi.

Abbiamo paura della punizione

Irreprensibili, dobbiamo restarlo anche agli occhi degli altri, poiché il pericolo è troppo grande. “Dietro le nostre giustificazioni,” sottolinea Virginie Megglé, “si nasconde una paura immensa: quella di perdere l’amore e di ritrovarsi soli.”

Impossibile: il legame è per l’individuo una questione di sopravvivenza. Ora, la colpevolezza risveglia schemi legati alla nostra storia e alle nostre esperienze. Lisa Letessier continua: “Temiamo di essere respinti (schema dell’abbandono), di dispiacere (schema dell’abnegazione) o di essere scoperti come fallibili (schema dell’imperfezione).” In caso di colpa, facciamo previsioni sulla sanzione. Ed essere “puniti” a 50 anni non è più gradevole che a 5.

Proiettiamo sull’altro quello che non ci piace di noi stessi

Esiste un meccanismo di difesa inconscia e molto potente per evitare di cadere dal nostro piedistallo personale o relazionale: la proiezione. “Rimproveriamo agli altri ciò che ci appartiene ma che rifiutiamo di considerare,” riprende Lisa Letessier. “Una gaffe, ma anche un tratto del carattere o un sentimento.” Soprattutto nella coppia, è sempre l’altro che chiede troppo e ama troppo poco. Ma l’ammissione sarebbe troppo rischiosa, tanto per la nostra identità quanto per la nostra sicurezza. Fortunatamente, lo psichismo ha previsto tutto.

Che fare?

Prendete il controllo.

Lo psichiatra e psicoanalista Robert Neuburger suggerisce di imparare a conoscersi. “Identificate ciò che fate o dite per dovere, ad esempio, al fine di evitare il senso di colpevolezza.” Si tratta d’identificare ciò che innesca l’imbarazzo, la vergogna, per reagire in maniera meno automatica. “E per alleggerire la colpevolezza, e dunque la voglia di rifiutarla, privilegiate le buone azioni.” L’empatia, la benevolenza, la gratitudine sono potenti rimedi.

Accettate la vostra vulnerabilità.

“Non è scaricando la colpa sull’altro che ci si libera della colpevolezza,” spiega Virginie Megglé. La strategia è effimera e illusoria. “La perfezione è un fine a cui tendere, non una realtà. È meglio riconoscere la propria fragilità, la propria fallibilità. Siamo essere vulnerabili. Ammetterlo ci rende più forti perché siamo più giusti verso noi stessi.” La riconciliazione con se stessi dà più sollievo della colpevolizzazione.

Osate sentirvi in colpa.

Lisa Letessier propone di autorizzarsi a sentire ciò che si prova per prendere familiarità con la colpevolezza. “La meditazione in piena coscienza, in particolare, permette di accogliere le emozioni senza timore, senza giudizio. Si tratta di ascoltare quello che accade dentro di sé.” Se vi sembra difficile, la psicologa consiglia di interrogare se stessi: “Cosa accadrebbe se foste ritenuti colpevoli?” Un modo di individuare meglio il vostro scenario interiore.

Una paziente l’ha risolta così: “Accusavo gli altri perché in realtà mi sentivo colpevole di tutto. Ai miei occhi, non andava mai bene niente, mai abbastanza. Tutte le gaffe mi riportavano a questo stato in cui mi dovevo scusare. C’era troppa colpevolezza e cercavo di rifilarla agli altri. Comprendendo da dove venisse questo senso di non essere mai all’altezza, ho potuto fare ordine e prendermi la mia parte di responsabilità. Solo la mia, però. In questo modo, riesco ad attribuire più facilmente all’altro la sua parte di colpa. Solo la sua.”

Fonte in lingua Francese: Femina